Rito Di Spade

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Aus der Reihe: L’Anello Dello Stregone #7
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Rito Di Spade
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R I T O   D I   S P A D E
(LIBRO #7 in L’ANELLO DELLO STREGONE)
Morgan Rice
Edizione italiana
A cura di
Annalisa lovat
Chi è Morgan Rice

Morgan Rice è l’autrice campione d’incassi di APPUNTI DI UN VAMPIRO, una serie per ragazzi che comprende al momento undici libri; autrice campione d’incassi di THE SURVIVAL TRILOGY, un thriller post-apocalittico che comprende al momento due libri; e autrice campione d’incassi della serie epica fantasy L’ANELLO DELLO STREGONE, che comprende al momento tredici libri.

I libri di Morgan sono disponibili in edizione stampata e in formato audio e sono stati tradotti in tedesco, francese, italiano, spagnolo, portoghese, giapponese, cinese, svedese, olandese, turco, ungherese, ceco e slovacco (prossimamente ulteriori lingue).

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Cosa dicono di Morgan Rice

“L’ANELLO DELLO STREGONE ha tutti gli ingredienti per un successo immediato: intrighi, complotti, mistero, cavalieri valorosi, storie d’amore che fioriscono e cuori spezzati, inganno e tradimento. Vi terrà incollati al libro per ore e sarà in grado di riscuotere l’interesse di persone di ogni età. Non può mancare sugli scaffali dei lettori di fantasy.”

–-Books and Movie Reviews, Roberto Mattos

“Rice fa un bel lavoro nel trascinarvi nella storia fin dall’inizio, utilizzando una grande qualità descrittiva che trascende la mera colorazione d’ambiente… Ben scritto ed estremamente veloce da leggere…”

--Black Lagoon Reviews (parlando di Tramutata)

“Una storia perfetta per giovani lettori. Morgan Rice ha fatto un lavoro eccellente creando un intreccio interessante  …Rinvigorente e unico. La serie si concentra su una ragazza… una ragazza straordinaria!… Di facile lettura, ma estremamente veloce e incalzante… Classificato PG.”

–-The Romance Reviews (parlando di Tramutata)

“Mi ha preso fin dall’inizio e non ho più potuto smettere…. Questa storia è un’avventura sorprendente, incalzante e piena d’azione fin dalle prime pagine. Non esistono momenti morti.”

–-Paranormal Romance Guild {parlando di Tramutata }

“Pieno zeppo di azione, intreccio, avventura e suspense. Mettete le vostre mani su questo libro e preparatevi a continuare a innamorarvi”

–-vampirebooksite.com (parlando di Tramutata)

“Un grande intreccio: questo è proprio il genere di libro che farete fatica a mettere giù la sera. Il finale lascia con il fiato sospeso ed è così spettacolare che vorrete immediatamente acquistare il prossimo libro, almeno per sapere cosa succede in seguito.”

–-The Dallas Examiner {parlando di Amata}

“È  un libro che può competere con TWILIGHT e DIARI DI UN VAMPIRO, uno di quelli che vi vedrà desiderosi di continuare a leggere fino all’ultima pagina! Se siete tipi da avventura, amore e vampiri, questo è il libro che fa per voi!”

–-Vampirebooksite.com {parlando di Tramutata}

“Morgan Rice dà nuovamente prova di essere una narratrice di talento… Questo libro affascinerà una vasta gamma di lettori, compresi i più giovani fan del genere vampiresco/fantasy. Il finale mozzafiato vi lascerà a bocca aperta.”

–-The Romance Reviews {parlando di Amata}

Libri di Morgan Rice
L’ANELLO DELLO STREGONE
UN’IMPRESA DA EROI (Libro #1)
LA MARCIA DEI RE (Libro #2)
DESTINO DI DRAGHI (Libro #3)
GRIDO D’ONORE (Libro #4)
VOTO DI GLORIA (Libro #5)
UN COMPITO DI VALORE (Libro #6)
RITO DI SPADE (Libro #7)
CONCESSIONE D’ARMI (Libro #8)
UN CIELO DI INCANTESIMI (Libro #9)
UN MARE DI SCUDI (Libro #10)
UN REGNO D’ACCIAIO (Libro #11)
LA TERRA DEL FUOCO (Libro #12)
LA LEGGE DELLE REGINE (Libro #13)
GIURAMENTO FRATERNO (Libro #14)
THE SURVIVAL TRILOGY
ARENA ONE: SLAVERSUNNERS (Libro #1)
ARENA TWO (Libro #2)
APPUNTI DI UN VAMPIRO
TRAMUTATA (Libro #1)
AMATA (Libro #2)
TRADITA (Libro #3)
DESTINATA (Libro #4)
DESIDERATA (Libro #5)
BETROTHED (Libro #6)
VOWED (Libro #7)
FOUND (Libro #8)
RESURRECTED (Libro #9)
CRAVED (Libro #10)
FATED (Libro #11)
Ascoltate la serie L’ANELLO DELLO STREGONE in formato audio-libro!

Ora disponibile su:

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Copyright © 2013 by Morgan Rice


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This is a work of fiction. Names, characters, businesses, organizations, places, events, and incidents either are the product of the author’s imagination or are used fictionally. Any resemblance to actual persons, living or dead, is entirely coincidental.


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“Cos’è che vuoi impartirmi? Se è qualcosa
Che serve al bene generale, poni
L’onore in un occhio e la morte nell’altro,
E io guarderò a entrambi senza far differenza.
Mi puniscano gli dei se non amo il nome
Dell’onore più di quanto tema la morte.”
 
--William Shakespeare Giulio Cesare


CAPITOLO UNO

Thorgrin era in groppa a Micople e insieme volavano al di sopra della vasta campagna, diretti verso sud, alla ricerca di Gwendolyn. Thor teneva stretta in mano la Spada della Dinastia e guardando in basso vide l’enorme estensione dell’esercito di Andronico, che ricopriva il territorio dell’Anello come uno sciame dei locuste. Sentì la Spada pulsare contro il palmo e capì cosa gli stava chiedendo di fare. Proteggere l’Anello. Cacciare gli invasori. Era come se la Spada glielo stesse ordinando e Thor era assolutamente felice di obbedire.

Presto avrebbe fatto marcia indietro e l’avrebbe fatta pagare a tutti quanti, uno per uno. Ora che lo Scudo era stato riattivato Andronico e i suoi uomini erano in trappola: niente più rinforzi avrebbero potuto raggiungerli e Thor non avrebbe avuto pace fino a che non li avesse uccisi tutti.

Ma non era ancora il momento di uccidere. Il primo punto nella sua tabella di marcia era il suo unico vero amore, la donna per cui si struggeva da quando aveva valicato quei confini: Gwendolyn. Thor non vedeva l’ora di rivederla, di abbracciarla, di sapere se era viva. All’interno della camicia l’anello di sua madre bruciava e lui aveva un intenso desiderio di donarlo a Gwen, di dichiararle il suo amore, di chiederle di sposarlo. Voleva farle sapere che non era cambiato nulla tra di loro, al di là di cosa le era accaduto. La amava ancora tantissimo – e ancora di più – e aveva bisogno che lei lo sapesse.

Micople brontolò sommessamente e Thor percepì la vibrazione attraverso le scaglie. Anche lei desiderava raggiungere Gwendolyn prima che le succedesse qualcosa, Thor lo sentiva. Micople abbassò la testa e volò tra le nuvole, sbattendo le grandi ali. Sembrava felice di trovarsi lì, all’interno dell’Anello, insieme a Thor. Il loro legame si stava facendo sempre più intenso e Thor sentiva che Micople condivideva i suoi medesimi pensieri e desideri. Era come trovarsi in groppa a un’estensione di se stesso.

 

I pensieri di Thor si scostarono momentaneamente da Gwen mentre entravano e uscivano dalle nuvole. Le ultime parole della regina lo turbavano, continuando a ronzargli in testa anche se avrebbe di gran lunga preferito eliminarle. La sua rivelazione aveva gravato sulle sue spalle più di quanto si possa immaginare. Andronico? Suo padre?

Non poteva essere. Una parte di Thor sperava che fosse solo un altro crudele giochetto psicologico della regina che, dopotutto, lo aveva odiato fin dall’inizio. Probabilmente aveva voluto mettergli in testa pensieri sbagliati per disturbarlo, per tenerlo lontano da sua figlia per chissà quale altra ragione. Thor avrebbe voluto disperatamente crederci.

Ma dentro di sé, quando la regina aveva detto quelle parole, esse si erano da subito radicate nel suo corpo e nella sua anima. Sapeva che erano vere. Anche se avrebbe tanto voluto pensare diversamente, nel preciso istante in cui le aveva pronunciate lui aveva realizzato effettivamente che Andronico era suo padre.

L’idea fluttuava su di lui come un incubo. Aveva sempre sperato e pregato, da qualche parte nei recessi della propria mente, che re MacGil fosse suo padre e che Gwendolyn, in qualche modo, non fosse veramente sua figlia, così da poter stare ugualmente insieme a lei. Aveva sempre pregato che il giorno in cui avesse saputo chi era il suo vero padre, tutto avrebbe avuto senso e che il suo destino sarebbe stato finalmente chiaro.

Venire a sapere che suo padre non era un eroe era una cosa. Poteva accettarla. Ma apprendere che suo padre era un mostro – il peggiore dei mostri, l’uomo che più di tutti Thor avrebbe voluto morto – era troppo. Thor aveva nelle vene il sangue di Andronico. Cosa significava per lui tutto ciò? Significava che anche lui, Thor, era destinato a diventare un mostro? Significava che aveva qualche traccia malvagia nascosta nelle proprie vene? Era destinato a diventare come lui? O era possibile che fosse diverso da lui, nonostante condividessero il medesimo sangue? Il destino scorreva nel sangue? Oppure ogni singola generazione costruiva il proprio?

Thor faceva anche fatica a capire cosa ciò significasse per la Spada della Dinastia. Se la leggenda era vera – che solo un MacGil poteva sollevarla – voleva dire che Thor era un MacGil? E se era così, come poteva Andronico essere suo padre? A meno che Andronico stesso, in qualche modo, non fosse un MacGil.

Cosa ancora peggiore, come avrebbe fatto Thor a condividere tutto ciò con Gwendolyn? Come poteva dirle che lui era il figlio del mostro che lei odiava più di tutti? Dell’uomo che l’aveva aggredita? Sicuramente avrebbe iniziato a odiare anche lui. Avrebbe visto la faccia di Andronico ogni volta che guardava Thor. Eppure doveva dirglielo: non poteva mantenere un tale segreto con lei. Avrebbe rovinato così la loro relazione?

Il sangue di Thor ribolliva di rabbia. Avrebbe preso Andronico a colpi di mazzafrusto solo per il fatto di essere suo padre, per avergli fatto una cosa del genere. Mentre volavano Thor guardò in basso e perlustrò il territorio dall’alto. Sapeva che Andronico era là sotto da qualche parte. Molto presto lo avrebbe visto faccia a faccia. Lo avrebbe trovato. Si sarebbe scontrato con lui. E l’avrebbe ucciso.

Ma prima doveva trovare Gwendolyn. Mentre passavano sopra la Foresta Meridionale, Thor sentì che era vicina. Aveva il terribile presentimento che stesse per accaderle qualcosa di terribile. Spinse Micople ancora più veloce, sentendo che ogni momento sarebbe potuto essere l’ultimo per Gwen.

CAPITOLO DUE

Gwendolyn era sola vicino al parapetto superiore della Torre dell’Asilo, vestita con gli abiti neri che le avevano dato le suore, con la sensazione di trovarsi in quel luogo ormai da un’eternità. L’avevano salutata in silenzio. Solo una suora – la sua guida – le aveva parlato una sola volta per istruirla sulle regole del posto: non si doveva parlare né interagire con nessuno. Ogni donna viveva lì sola con se stessa, nel proprio universo personale. Ogni donna voleva essere lasciata sola. Era una torre di ricovero, un luogo dedicato a coloro che cercavano la guarigione. Gwendolyn sarebbe stata al sicuro da ogni pericolo e offesa là dentro. Ma anche sola. Completamente sola.

Gwendolyn capiva tutto benissimo. Lei stessa voleva essere lasciata sola.

Ora se ne stava lì, in cima alla torre, e guardava fuori verso la vasta distesa delle cime degli alberi della Foresta Meridionale dell’Anello, sentendosi più sola che mai. Sapeva che doveva essere forte, che era una combattente. La figlia di un re e la moglie – o quasi – di un grande guerriero.

Ma doveva ammettere che, per quanto desiderasse essere forte, il suo cuore e il suo spirito erano ancora feriti. Sentiva tantissimo la mancanza di Thor e temeva che lui non avrebbe mai più voluto stare insieme a lei.

Si sentiva anche svuotata sapendo che Silesia era stata distrutta, che Andronico aveva vinto e che tutti quelli che lei amava erano già stati catturati o uccisi. Ora Andronico era ovunque. Aveva occupato tutto l’Anello e non era rimasto un solo angolo libero dove trovare riparo. Ora si sentiva privata di ogni speranza, esausta, troppo sfinita per una persona della sua età. Peggio di tutto, si sentiva come se avesse abbandonato tutti, si sentiva come se avesse vissuto ormai troppo tempo e non avesse più voglia di viverne dell’altro.

Fece un passo in avanti, fino al bordo, il bordo estremo del parapetto, oltre il quale non era permesso a nessuno di andare. Sollevò lentamente le braccia e tenne le mani in fuori, ai lati. Sentì una fredda folata di vento, la gelida brezza dell’inverno. Le fece perdere l’equilibrio e lei barcollò sull’orlo del precipizio. Guardò in basso e vide la ripida caduta a piombo sotto di lei.

Sollevò gli occhi al cielo e pensò ad Argon. Si chiese dove fosse, intrappolato nel suo universo, a scontare la propria punizione per il suo bene. Avrebbe dato qualsiasi cosa per vederlo ora, per sentire le sue sagge parole un’ultima volta. Magari la potrebbero salvare e la farebbero tornare sui propri passi.

Ma se n’era andato. Anche lui aveva un prezzo da pagare e non poteva tornare indietro.

Gwen chiuse gli occhi e pensò un’ultima volta a Thor. Se solo lui fosse stato lì: questo avrebbe potuto cambiare tutto. Se solo lei avesse avuto una persona al mondo rimasta in vita e che realmente la amasse, magari questo le darebbe un motivo per vivere. Scrutò l’orizzonte, sperando profondamente di vedere Thor. Mentre osservava le nuvole che si muovevano velocemente le parve di sentire, da qualche parte all’orizzonte, il ruggito di un drago. Era così lontano, così ovattato, che sicuramente se l’era immaginato. Era semplicemente la sua mente che le stava giocando degli scherzi. Sapeva che non potevano esserci draghi lì, all’interno dell’Anello. Tanto quanto sapeva che Thor era lontano, perso per sempre nell’Impero, in qualche luogo dal quale non sarebbe mai tornato.

Le lacrime le scorrevano lungo le guance mentre pensava a lui, alla vita che avrebbero potuto avere insieme. A quanto vicini erano stati un tempo. Si immaginò l’espressione sul suo volto, il suono della sua voce, la sua risata. Era stata così sicura che loro due fossero inseparabili, che non sarebbero mai stati divisi da nulla.

“THOR!” gridò Gwendolyn buttando la testa indietro, barcollando sul pianerottolo. Voleva che tornasse da lei.

Ma la sua voce riecheggiò nel vento e scomparve. Thor era lontanissimo.

Gwendolyn prese tra le mani l’amuleto che Thor le aveva dato, quello che le aveva salvato la vita una volta. Sapeva che la sua unica possibilità era stata consumata. Ora non ce n’erano più.

Gwendolyn guardò in basso, oltre il pianerottolo, e vide il volto di suo padre. Era circondato da una luce bianca e le sorrideva.

Si sporse in avanti e lasciò penzolare un piede nel vuoto, chiudendo gli occhi al vento. Rimase lì, barcollante, imprigionata tra due mondi, tra la vita e la morte. Era in perfetto equilibrio e sapeva che la prossima folata di vento avrebbe deciso per lei quale direzione prendere.

Thor, pensò. Perdonami.

CAPITOLO TRE

Kendrick cavalcava in testa al sempre più vasto esercito di MacGil, Silesiani e uomini dell’Anello liberati, uscendo di gran carriera dai cancelli principali di Silesia e imboccando l’ampia strada che portava a est, verso l’esercito di Andronico. Accanto a lui galoppavano Srog, Brom, Atme e Godfrey; dietro c’erano Reece, O’Connor, Conven, Elden e Indra, oltre a un migliaio di guerrieri. Avanzando passarono accanto ai corpi bruciacchiati di migliaia di soldati dell’Impero, neri e rigidi per la fiammata del drago. Altri giacevano morti, uccisi dai colpi inferti dalla Spada della Dinastia. Thor aveva scatenato un’ondata di distruzione, incarnando un esercito formato da una singola persona. Kendrick aveva osservato tutto e provava un profondo rispetto di fronte alla portata della devastazione messa in atto da Thor, al potere di Micople e della Spada della Dinastia.

Era meravigliato per la piega che avevano preso gli eventi. Solo pochi giorni prima erano stati tutti imprigionati e si trovavano sotto il giogo di Andronico, costretti ad ammettere la loro sconfitta. Thor allora si trovava ancora nell’Impero, la Spada della Dinastia era un sogno perduto e c’era ben poca speranza che tornassero. Kendrick e gli altri erano stati crocefissi, lasciati lì a morire, e sembrava che tutto fosse perduto.

Ma ora cavalcavano come uomini liberi, ancora una volta da soldati e cavalieri, rinvigoriti dall’arrivo di Thor, ora che la bilancia si era piegata dalla loro parte. Micople era stata un dono del cielo, una forza distruttiva piovuta dall’alto. Ora Silesia era una città libera e la campagna dell’Anello, invece di essere piena di soldati dell’Impero, era colma dei loro cadaveri. La strada che conduceva a est era fiancheggiata da corpi di soldati nemici sparpagliati fino a dove si riusciva a vedere.

Eppure, per quanto tutto ciò fosse incoraggiante, Kendrick sapeva che mezzo milione di uomini di Andronico si trovavano in attesa dall’altra parte dell’Altopiano. Li avevano provvisoriamente battuti, ma non spazzati via del tutto. E Kendrick e gli altri non erano certo tipi da starsene a Silesia ad aspettare che Andronico riorganizzasse un nuovo attacco; neppure avevano intenzione di concedergli una possibilità di fuga e ritirata nell’Impero. Lo Scudo era nuovamente attivo e, sebbene in minoranza numerica, Kendrick e gli altri ora avevano almeno un’occasione per combattere. Ora l’esercito di Andronico era in fuga e Kendrick sapeva che gli altri erano determinati a continuare la serie di vittorie cui Thor aveva dato inizio.

Kendrick si diede un’occhiata alle spalle, alle migliaia di soldati e uomini liberi che cavalcavano con lui e vide la determinazione sui loro volti. Avevano tutti assaggiato la schiavitù, la sconfitta e ora era evidente quanto apprezzassero cosa significasse essere di nuovo degli uomini liberi. Non solo per loro stessi, ma per le loro mogli e le loro famiglie. Tutti quanti si erano inaspriti, determinati a farla pagare ad Andronico, assicurandosi che non potesse più attaccare. Erano un esercito di uomini pronti a combattere fino alla morte e stavano avanzando come un tutt’uno. Ovunque passavano liberavano altri uomini, sciogliendo le corde e rimpinguando l’esercito che stava diventando sempre più vasto.

Kendrick stesso si stava ancora riprendendo dal periodo trascorso sulla croce. Il suo corpo non era ancora forte come prima e il dolore ai polsi e alle caviglie, dove le corde avevano stretto e scavato nella carne, persisteva. Guardò Srog, Brom e Atme – suoi amici sulla croce – e vide che anche loro non erano pienamente in forma. La crocifissione si era fatta sentire anche per loro. Eppure tutti avanzavano con orgoglio e determinazione. Non c’era niente di meglio che andare a combattere per una possibilità di vita, di vendetta, per dimenticare le ferite e le offese.

Kendrick era estremamente felice che suo fratello Reece e gli altri della Legione fossero tornati dalla spedizione e si trovassero ora al suo fianco. Gli aveva spezzato il cuore vedere i giovani della Legione ammazzati a Silesia, e avere ora questi ragazzi con se lo alleviava parzialmente da quel dolore. Era sempre stato vicino a Reece crescendo, protettivo nei suoi confronti, come un secondo padre per tutte le volte in cui MacGil era stato troppo impegnato. In qualche modo essere solo un mezzo fratello gli aveva permesso in qualche modo di essergli addirittura più vicino. Non erano stati costretti ad essere affezionati e lo erano diventati spontaneamente. Kendrick non era mai stato capace di affezionarsi agli altri fratelli più giovani: Godfrey aveva sempre trascorso il suo tempo nelle taverne con i poco di buono e Gareth, beh… Gareth era Gareth. Reece era stato l’unico dei tre fratelli a prendere le armi, decidendo di intraprendere la vita che anche Kendrick aveva scelto. Kendrick non avrebbe potuto essere più fiero di lui.

 

In passato, quando Kendrick era uscito a cavallo insieme a Reece, era sempre stato protettivo nei suoi confronti e lo aveva tenuto d’occhio. Ma dal suo ritorno aveva visto che Reece era diventato un vero, forte guerriero, quindi non sentiva più il bisogno di essere così attento verso di lui. Si chiedeva che genere di perigli avesse attraversato nell’Impero per esserne uscito trasformato in un soldato così abile e forte come ora era. Non vedeva l’ora di sedersi ad ascoltare le sue storie.

Kendrick era pure felicissimo che anche Thor fosse tornato, e non solo perché li aveva liberati: apprezzava e rispettava immensamente Thor e provava per lui un affetto pari a quello per un fratello. Stava ancora rivedendo nella propria mente l’immagine di Thor che tornava con la Spada in mano. Non poteva dimenticarla. Era una visione che non si sarebbe mai aspettato di avere davanti nella propria vita. In effetti non aveva mai pensato che avrebbe visto nessuno sollevare la Spada della Dinastia, meno che meno Thor, il suo scudiero, un piccolo e umile ragazzino che proveniva da un villaggio di periferia. Uno straniero. E neanche un MacGil.

Oppure sì?

Kendrick era pensieroso. Continuava a ripensare mentalmente alla leggenda: solo un MacGil poteva sollevare la Spada. Nel profondo del proprio cuore Kendrick doveva ammettere che aveva sempre sperato che sarebbe stato lui quello che l’avrebbe brandita. Aveva sperato che sarebbe stato il segno definitivo della sua legittima appartenenza alla famiglia, confermandolo come primogenito di MacGil. Aveva sempre sognato che in qualche modo, un giorno, le circostanze gli avrebbero concesso di provare.

Ma non si era mai permesso quella possibilità e non portava rancore a Thor per ciò che era riuscito a fare. Kendrick non era invidioso, al contrario si sentiva meravigliato per il destino di Thor. Non riusciva proprio a capirlo. La leggenda era falsa? Oppure Thor era un MacGil? Come poteva esserlo? Era impossibile, a meno che anche Thor non fosse un figlio di MacGil. Kendrick continuò a riflettere. Era risaputo che suo padre era stato con molte donne al di fuori del matrimonio, che anche lui stesso era stato concepito così.

Era per quello che Thor era corso velocemente via da Silesia dopo aver parlato con sua madre? Di cosa avevano parlato esattamente? La regina non aveva voluto dirlo. Era la prima volta che gli aveva tenuto segreto qualcosa. Perché proprio adesso? Quale segreto stava serbando? Cosa aveva potuto dire per far scappare Thor a quel modo, lasciandoli senza dire una parola?

Questo faceva pensare Kendrick a suo padre, alla sua dinastia. Per quanto desiderasse pensare diversamente, soffriva nella consapevolezza di essere un figlio illegittimo, e per la milionesima volta si chiese chi potesse essere la sua vera madre. Aveva sentito, nel corso della propria vita, diversi pettegolezzi riguardo alla donne con cui suo padre, re MacGil, era stato, ma non aveva mai avuto alcuna certezza. Quando tutto si fosse sistemato – se mai ciò sarebbe realmente accaduto – e l’Anello fosse tornato alla normalità, Kendrick era deciso a trovare chi fosse sua madre. L’avrebbe affrontata. Le avrebbe chiesto perché l’aveva abbandonato, perché non aveva mai preso parte alla sua vita. Come aveva incontrato suo padre. Voleva solo incontrarla, vedere il suo volto, vedere se gli assomigliava. E che fosse lei a dirgli che effettivamente era figlio legittimo, legittimo quanto tutti gli altri.

Kendrick era felice che Thor fosse corso via a recuperare Gwendolyn, anche se una parte di lui avrebbe preferito che fosse rimasto. Lanciarsi in battaglia, in tale minoranza numerica, contro decine di migliaia di uomini di Andronico, Kendrick sapeva che Thor e Micople sarebbero stati un enorme aiuto.

Ma Kendrick era nato ed era stato cresciuto come un guerriero e non era tipo da sedersi ad aspettare che gli altri combattessero la sua battaglia al posto suo. Faceva invece ciò che il suo istinto gli ordinava: partire e conquistare quanto più esercito dell’Impero potesse, insieme ai suoi uomini. Non aveva armi speciali come Micople o la Spada della Dinastia, ma aveva le sue due mani, le stesse che usava da quando era ragazzo. E gli erano sempre state sufficienti.

Salirono una collina e quando raggiunsero la cima, Kendrick guardò all’orizzonte e vide in lontananza una piccola cittadina dei MacGil: Lucia, il primo villaggio a est di  Silesia. I cadaveri degli uomini dell’Impero erano disseminati lungo la strada, ed era chiaro che l’ondata di distruzione di Thor era terminata lì. All’orizzonte Kendrick scorse un battaglione dell’esercito di Andronico in ritirata verso est. Probabilmente stavano facendo ritorno all’accampamento principale, verso la salvezza, dall’altra parte dell’Altopiano. Il corpo principale dell’esercito si stava ritirando, ma si erano lasciati alle spalle una divisione minore per tenere il controllo su Lucia. Diverse migliaia di uomini di Andronico stazionavano nella città facendole la guardia. Erano visibili pure i cittadini, resi schiavi dai soldati.

Kendrick ricordò ciò che era loro successo a Silesia, come erano stati trattati, e il volto gli si fece rosso per il desiderio di vendetta.

“ALL’ATTACCO!” gridò.

Sollevò la spada in aria e dietro di lui si levarono le vigorose grida di migliaia di soldati.

Spronò il cavallo e tutti si lanciarono giù dalla collina, diretti verso Lucia. I due eserciti si stavano preparando allo scontro e sebbene fossero equamente bilanciati per quanto riguardava il numero di soldati, non lo erano – Kendrick lo sapeva bene – in materia di cuore. Quell’ultima divisione dell’esercito di Andronico era un gruppo di invasioni in fuga, mentre Kendrick e i suoi uomini erano pronti a combattere sulle loro vite per difendere la propria patria.

Il suo grido di battaglia si levò mentre galoppavano verso i cancelli di Lucia. Avanzavano così velocemente che diverse decine di soldati dell’Impero che stavano di guardia si voltarono e si guardarono tra loro confusi, chiaramente presi alla sprovvista. Corsero quindi entro i cancelli e girarono furiosamente la manovella per abbassare la grata.

Ma non furono abbastanza veloci. Numerosi arcieri di Kendrick, che si trovavano davanti, tirarono e li uccisero: le loro frecce andarono dritte a conficcarsi nei loro petti e nelle loro schiene, tra le giunture delle armature. Lo stesso Kendrick scagliò una lancia e così fece anche Reece accanto a lui. Kendrick andò a segno, colpendo un grosso guerriero che stava prendendo la mira con l’arco. Fu poi impressionato dal vedere che anche Reece aveva colpito senza fatica, infilzando un soldato al cuore. Il cancello rimase aperto e gli uomini di Kendrick non esitarono. Con un forte grido di battaglia vi si lanciarono attraverso, diretti verso il cuore della città, per niente rallentati dall’imminente battaglia.

Si udì un forte clangore metallico non appena Kendrick e gli altri sollevarono spade, asce, lance e alabarde e si scontrarono con migliaia di soldati dell’Impero che si erano lanciati loro incontro a cavallo. Kendrick fu il primo a scontrarsi, sollevando lo scudo e parando un colpo, ma roteando allo stesso tempo la spada e uccidendo due soldati. Senza esitare ruotò e bloccò un altro colpo di spada, poi conficcò la propria nello stomaco di un soldato dell’Impero. Mentre gli uomini morivano, Kendrick pensò alla vendetta: pensò a Gwendolyn, al suo popolo, a tutta la gente dell’Anello che aveva sofferto.

Reece, accanto a lui, fece roteare la mazza e colpì un soldato alla tempia, facendolo cadere da cavallo. Poi sollevò lo scudo e parò un colpo che stava scendendo contro di lui di fianco. Fece roteare ancora la mazza e mise al tappeto il suo aggressore. Elden, accanto a lui, si lanciò in avanti con la sua grande ascia e la calò su un soldato che stava per attaccare Reece, tagliando il suo scudo e conficcandogli l’ascia nel petto.

O’Connor scoccò diverse frecce con precisione letale, anche a distanza così ravvicinata, mentre Conven si gettò in battaglia e combatté impavidamente, portandosi davanti agli altri uomini senza neanche curarsi di sollevare lo scudo. Faceva invece roteare due spade, avanzando in mezzo agli uomini dell’Impero come se volesse morire. Ma sorprendentemente non cedette. Riuscì invece ad abbattere uomini da una parte e dall’altra.

Indra li seguiva poco dietro. Era temeraria, anche più della maggioranza degli uomini. Usava il suo pugnale con abilità e precisione, scivolando come un pesce attraverso le file di soldati dell’Impero e pugnalandoli alla gola. Così facendo pensava alla propria patria e a quanto la sua gente aveva sofferto sotto il piede dell’Impero.

Un soldato dell’Impero calò un’ascia contro la testa di Kendrick prima che lui riuscisse a prepararsi a schivarla. Kendrick si preparò al colpo, ma udì invece un forte clangore e vide l’amico Atme accanto a lui a bloccarlo con lo scudo. Atme prese poi la sua lancia corta e colpì l’aggressore allo stomaco. Kendrick sapeva che gli doveva la vita, un’altra volta.

Mentre un altro soldato attaccava con arco e freccia puntando proprio ad Atme, Kendrick si lanciò in avanti e sollevò la spada colpendo l’arco e facendolo volare in aria, così che la freccia saettò a vuoto sopra la testa di Atme. Kendrick colpì poi il soldato al setto nasale con l’elsa della spada e lo fece cadere da cavallo, dove venne calpestato e ucciso. Ora erano pari.

E così la battaglia proseguì, colpo dopo colpo da entrambi i fronti, uomini che cadevano da una parte e dall’altra – ma più dalla parte dell’Impero – mentre gli uomini di Kendrick, alimentati dalla rabbia, spingevano addentrandosi sempre più nella città. Alla fine il loro slancio  li fece avanzare come un’ondata. Gli uomini dell’Impero erano guerrieri forti, ma erano abituati ad essere quelli che attaccavano, quindi qui erano stati presi alla sprovvista. Presto furono incapaci di organizzarsi e contenere l’esercito di Kendrick. Furono spinti indietro e calarono in numero.