Buch lesen: "Lettere di Lodovico Ariosto"

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Lodovico Ariosto

Lettere di Lodovico Ariosto

Con prefazione storico-critica, documenti e note


Pubblicato da Good Press, 2022

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066087579

Indice

AVVERTENZA

PREFAZIONE STORICO-CRITICA INTORNO A LODOVICO ARIOSTO E IL SUO TEMPO

Aggiunta alla Prefazione Pag. , linea 14

DOCUMENTI

Documento I

Documento II

Documento III

Documento IV

Documento V

Documento VI

Documento VII

Documento VIII

Documento IX

Documento X

Documento XI

Documento XII

Documento XIII

Documento XIV

Documento XV

Documento XVI

Documento XVII

LETTERE DI LODOVICO ARIOSTO

I inedita [175]

II

III

IV [186]

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII [213]

XIV

XV

XVI

XVII

XVIII

XIX

XX

XXI [224]

XXII [225]

XXIII

XXIV

XXV

XXVI

XXVII

XXVIII [227]

XXIX

XXX

XXXI

XXXII [230]

XXXIII

XXXIV

XXXV

XXXVI

XXXVII

XXXVIII

XXXIX

XL

XLI

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XLIII

XLIV

XLV

XLVI

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CXVII [279]

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CXIX

CXX

CXXI

CXXII

CXXIII

CXXIV [281]

CXXV

CXXVI

CXXVII

CXXVIII [284]

CXXIX

CXXX

CXXXI

CXXXII

CXXXIII

CXXXIV

CXXXV

CXXXVI

CXXXVII

CXXXVIII

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CXL

CXLI

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CXLIII [292]

CXLIV

CXLV

CXLVI

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CL

CLI

CLII

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CLIV

CLV

CLVI

CLVII

CLVIII

CLIX

CLX

CLXI

CLXII

CLXIII

CLXIV

CLXV

CLXVI

CLXVII

CLXVIII

CLXIX

CLXX

CLXXI

CLXXII

CLXXIII

CLXXIV [299]

CLXXV

CLXXVI (inedita)

CLXXVII

CLXXVIII

CLXXIX

CLXXX

CLXXXI

CLXXXII

CLXXXIII

CLXXXIV

CLXXXV

CLXXXVI

CLXXXVII

CLXXXVIII

CLXXXIX

CXC

CXCI

CXCII [316]

CXCIII

LETTERE SCRITTE DA LODOVICO ARIOSTO A NOME DEL CARDINALE IPPOLITO D'ESTE

I

II

III

IV

V

GRIDE FATTE PUBBLICARE DA LODOVICO ARIOSTO IN GARFAGNANA

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

LETTERE SCRITTE DA LODOVICO ARIOSTO A NOME di Alessandra Benucci vedova Strozzi

I

II

III

IV [334]

V

VI

VII

VIII

ALTRA LETTERA DI LODOVICO ARIOSTO SCRITTA A NOME DEL CARDINALE IPPOLITO D'ESTE

APPENDICE DI DUE LETTERE INEDITE DI LODOVICO ARIOSTO

I

II

SONETTO DI LODOVICO ARIOSTO A GIULIANO DELLA ROVERE eletto papa nel 1503 col nome di Giulio II

DUE STANZE COLLE QUALI INCOMINCIA UN CODICE SINCRONO POSSEDUTO DAI SIGG. EREDI ROSSI DE' CINQUE CANTI DELL'ARIOSTO PUBBLICATI LA PRIMA VOLTA IN VENEZIA NEL 1545 DOPO L'ORLANDO FURIOSO

PRIVILEGI ACCORDATI A LODOVICO ARIOSTO PER LA STAMPA DEL SUO «ORLANDO FURIOSO»

I

II

III

IV

V (inedito)

VI

VII

VIII

INDICE

AVVERTENZA

Indice

Nel presentare una terza ristampa delle Lettere di Lodovico Ariosto, mi è grato di averle potuto ordinare cronologicamente (cosa che non ebbi opportunità di fare nell'antecedente di Bologna, 1886), con introdurvi le nove lettere che venni pubblicando negli Atti e memorie di storia patria (Modena, 1868-75), ed accrescerle inoltre di sole altre cinque inedite che riescii a rintracciare da varie parti, più una scritta dall'Ariosto a nome del cardinale Ippolito d'Este, indicandole ai loro luoghi secondo il tempo che mi pervennero, ora cronologicamente ed ora in fine del volume. Tenni però separate le lettere ch'egli scrisse tanto a nome del cardinale suddetto, quanto a nome di Alessandra Benucci vedova Strozzi; e in appendice non lasciai di ripetere con alcune nuove osservazioni ciò che leggesi nell'edizione di Bologna, aggiungendo finalmente otto privilegi accordati per la stampa dell'Orlando Furioso, tratti dalle rarissime edizioni originali 1516 e 1532 e da documenti in parte inediti, formando essi un degno elogio al celebre autore, ma che non raggiunsero il vantaggio ch'egli sperava ricavarne.

Queste lettere riferisconsi in gran parte al suo Commissariato di Garfagnana, giacchè quelle che scrisse a' suoi parenti ed amici scarsamente a noi pervennero: e se le prime non possono sempre interessare per il soggetto e la forma, giova ricordare che furono dettate colla foga d'un imperioso dovere d'ingrato ufficio che non permettevagli di formarne minuta o tenerne copia (v. lett. LXXIII, p. 138), ed hanno poi il pregio di mostrarci nell'Ariosto l'uomo abile ai maneggi di Stato, fecondo di espedienti e zelante in sommo grado della giustizia, con essersi emendato di quell'adulazione che apparisce nel poeta di corte, per assumere un linguaggio francamente sincero e dignitoso.

Le lettere da me ristampate più volte ho un poco riformate alla moderna grafia, ma non ho minimamente toccate quelle che offro per la prima volta o che riproduco da altri editori, e così feci pei documenti a corredo della Prefazione o sparsi nelle note.

Per la Prefazione storico-critica ho cercato giovarmi di alcune pubblicazioni uscite in questi ultimi vent'anni, e importanti mi sono state in particolar modo le Notizie per la vita di L. Ariosto del ch. signor march. Giuseppe Campori (Modena, 1871) perchè tratte da documenti inediti, e ciò dicasi degli Studi e ricerche sulle poesie latine di L. Ariosto del ch. Giosuè Carducci (Bologna, 1875), oltre a vari altri lavori ch'ebbero, come il suddetto, felice impulso a prodursi pel centenario ariostesco celebrato in Ferrara ed in Reggio 1874-75; chè la fama dell'insigne poeta tende sempre ad estendersi, conoscendosi che il prof. Schuchardt lesse e commentò all'Università di Lipsia nel 1872 l'Orlando Furioso, poema tradotto in tutte le principali lingue d'Europa; ed è nostro dovere segnalare le due edizioni di Parigi illustrate coi disegni del lodatissimo artista Gustavo Doré, la prima del 1869 col poema imitato in versi francesi da F. Ragon e la seconda del 1879 con una nuova traduzione del Du Pays: disegni che, gareggiando colla fantasia del poeta, ci trasportano a quel mondo di maraviglie che egli con eccellenza d'opera d'arte seppe rappresentarci, e che noi pure abbiam potuto veder riprodotti col testo originale e con una degna prefazione del Carducci (Milano, Treves, 1880).

Amo dunque licenziarmi dal cortese lettore col riferire i seguenti versi che tolgo da alcune stanze di Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, pubblicate per la prima volta dal ch. C. Arlia nel Propugnatore, 1885, vol. XVIII, parte I, p. 358-59:

«Chi ebbe mai più alta e dolce vena

In dir d'arme e d'amor che l'Ariosto?

Tutti i maggior poeti e più fecondi

Gli vanno sotto, e sono a lui secondi.

. . . . . . . . . . . . . . .

Fe' l'Ariosto le Comedie prima,

Come si può veder gioconde e belle,

E le Satire poi di tanta stima,

Che in tutto il mondo se n'udì novelle;

Dopo con chiara e gloriosa rima

Fe' il Furioso che passa le stelle:

E se potesse Aristotil vedello,

Lo terrebbe d'Omero assai più bello.»

A. C.

PREFAZIONE STORICO-CRITICA INTORNO A LODOVICO ARIOSTO E IL SUO TEMPO

Indice

La famiglia degli Ariosti è di antica nobiltà di Bologna, e il cognome ebbe forse origine da una terra del bolognese detta Riosto. Nel 1156 un Ugo figlio di Alberto fu console di Bologna quando questa città si reggeva a repubblica. La bella Lippa discendeva dalla stessa famiglia, e il nostro poeta non manca di ricordarla nel suo Orlando furioso[1]. Veduta dal marchese Obizzo III d'Este quando pe' suoi contrasti col papa dimorava in Bologna, se ne invaghì somma mente, e la fece sua amica. Conciliatosi poi con Giovanni XXII che nel 1329 scelse per minor male investirlo del vicariato di Ferrara, Obizzo persuase agevolmente la Lippa a seguirlo in quella città, ov'essa andò in compagnia de' suoi fratelli Bonifazio[2] e Francesco. Seguìta poi anche dal cugino paterno Nicolò, la famiglia Ariosti fu trapiantata in Ferrara, col formarne tre rami che vi ebbero lunga discendenza. La bella Lippa rimase sempre concubina di Obizzo, e in 20 anni lo fece padre di 12 figli. Non avendone avuto alcuno dalla moglie Giacoma Pepoli, morta nel 1341, e desiderando legittimare nel più valido modo i figliuoli bastardi, aspettò egli che la madre loro fosse in estremo pericolo della vita, e la sposò (come narrasi) la sera del 27 novembre 1347. Poche ore dopo la povera Lippa era morta; nè potè godere un sol giorno di quegli onori principeschi, forse tanto ambiti e promessi da prima; onori che il marchese serbava alla salma di lei con un pomposo mortorio!

D'allora in poi gli Ariosti ebbero di frequente impieghi autorevoli e vantaggiosi presso gli Estensi, sapendoli meritare pei loro zelanti servigi e non per titoli di una parentela salita in tanto orgoglio e potenza. Alcuni vennero anche fatti cavalieri; e nel 1469 trovandosi l'imperatore Federico III in Ferrara, diede titolo di conte ai tre fratelli Francesco, Lodovico e Nicolò Ariosti e loro discendenti[3]. Francesco fu scalco di Borso d'Este, poi ambasciatore ed anche capitano di Modena; e venendo a morte nel 1505, il nipote e poeta Lodovico compose a di lui memoria un epitaffio che leggesi fra le sue poesie latine[4]. L'altro fratello Lodovico fu prima dottore e canonico, indi arciprete della cattedrale di Ferrara. Il duca Ercole I voleva farlo anche vescovo di Reggio, ma il papa vi si rifiutò, nominando invece Bonfrancesco Arlotti ch'era stato spedito a Roma per raccomandare l'Ariosto[5]. Nicolò, il più giovane dei fratelli suddetti, fu padre del nostro poeta, e perciò di questo parleremo più a lungo.

Essendo stato molto famigliare di Borso d'Este, Nicolò Ariosto divenne ancora maggiordomo del novello duca Ercole I, il quale essendosi impadronito dello Stato contrastatogli a ragione da Nicolò figliuolo di Leonello, diede incarico all'Ariosto di recarsi a Mantova ove il nipote erasi riparato presso il marchese Federico suo zio, e veder modo di avvelenarlo. L'Ariosto non rifuggi di addossarsi l'iniquo mandato, e provveduto di quanto facevagli di bisogno partì sui primi del dicembre 1471 col pretesto di presentare al Marchese di Mantova uno zibetto (animale muschiato). Colà giunto ebbe campo di accordarsi con Cesare Pirondoli siniscalco di Nicolò d'Este, e con larghe promesse lo indusse ad accettare il veleno da porre nelle vivande: ma nella sera destinata all'esecuzione, lo scalco maneggiando il tossico fu colpito da vertigine, e temendo essersi da sè stesso avvelenato, confessò tutta la trama. L'Ariosto intanto mettevasi in salvo a Ferrara, e il 18 detto mese Cesare Pirondoli insieme al fratello Galasso, che serviva a tavola ed era consapevole della cosa, vennero decapitati e squartati in Mantova[6].

Poco dopo i fatti narrati, e cioè col primo gennaio 1472, il duca mandava Nicolò Ariosto capitano della cittadella di Reggio, e siccome eravi altresì il capitano della città, nè facendosi sempre dai cronisti la dovuta distinzione fra i due capitani o confondendoli insieme, così alcuni dubitarono che l'Ariosto avesse avuto ancora l'officio di governatore o podestà (come narra il Baruffaldi)[7], quando queste cariche erano date ordinariamente a diversi soggetti.

E infatti quantunque l'Azzari[8] scriva che nel 1473 l'Ariosto «era stato fatto governatore di Reggio,» mostra troppo chiaramente l'errore involontario in cui cadde, avendoci detto che il giorno 8 agosto dell'anno stesso fu mandato per governatore della città Antonio Sandeo, in sostituzione di Uguccione Rangone morto poco prima nell'officio, essendovi podestà Girolamo Guidone.

Una lettera del capitano Nicolò (Docum. II) ci conferma che le attribuzioni ch'egli allora sostenne furono soltanto militari: avendo poi essa la data Civitatellae Regii, 28 jan. 1473, possiamo ancora arguire che il capitano abitava fin d'allora nella cittadella, sebbene vi continuassero i lavori di riparazioni.

Nel settembre 1473 si unì in matrimonio colla Daria figlia di Gabriele Malaguzzi Valeri d'illustre famiglia reggiana, che lo fece padre di dieci figli; il primo de' quali fu il nostro Lodovico, il favorito delle Muse (come lo chiama l'Azzari), nato l'8 settembre 1474 nella cittadella di Reggio: avvenimento che torna a splendido vanto ed onore di quella città che il poeta stesso ricorda con assai compiacenza pel suo nido natìo. «E perchè il sopraddetto Gabriele (continua l'Azzari) fu nella poesia molto raro e stimato, perciò l'Ariosto solea dire d'aver ricevuto l'arte del poetare dall'utero materno» e non dal vero maestro, come legge malamente il Tacoli[9] e come viene riportato dal Baruffaldi[10].

Un'iscrizione che non ha carattere di sufficiente antichità posta sotto un ritratto di Lodovico dipinto in tela, e posseduto dalla famiglia Malaguzzi, in cui leggesi natus Regii.... in camera media primi ordinis erga plateas, ha fatto ritenere a qualcuno ch'egli fosse nato nella casa materna anzichè in cittadella, la quale per essere in risarcimento eziandio nella rôcca o palazzo del capitano, non poteva prestargli conveniente abitazione. La data della lettera che abbiam riferita sembra convincerci del contrario di ciò che narra soltanto un'iscrizione, che rendesi meno autorevole coll'aggiugnere essere stato il poeta manu propria Caroli V imper. laureatus; incoronazione che lo stesso Virginio figlio naturale di Lodovico dichiara una baia.

Il palazzo di cittadella era un vasto fabbricato, che nel 1505 accolse Lucrezia Borgia che fuggiva la peste di Ferrara, ed ove partorì un figliuolo[11]: non è dunque difficile che mentre i lavori progredivano da una parte, potesse prestare sufficiente abitazione dall'altra. Questi lavori non erano ancora terminati nel 1496 e pur vi abitava assai prima la famiglia del capitano, come ne dà prova il rogito col quale la Daria Malaguzzi assolve i fratelli della dote pagatale in mille ducati d'oro, pubblicato il 7 maggio 1479, Regii in palatio residentiae comitis Nicolai de Ariostis, in Civitatella[12].

Stette Nicolò nell'ufficio di Reggio fino alla metà del 1481 in cui fu traslocato capitano a Rovigo. Ciò avvenne in momenti assai critici, poichè le armi Venete minacciavano impadronirsi di tutto il Polesine. Il capitano nel 7 luglio 1482 faceva conoscere al duca di Ferrara che in città non rimanevano che pochi fanti (circa 150), la maggior parte ammalati, che più non potevano far le guardie alle porte, e che «si troverebbe a mali termini quando venisse furia alcuna». Di fatto nel 14 agosto seguente i Veneti entrarono in Rovigo, occupandola in nome della Repubblica. Nicolò Ariosto non ritornò a Ferrara, come dice il Baruffaldi, ma si ridusse a Masi villa del Polesine di san Giorgio, aspettando gli ordini del duca, che forse tardarono, essendo Ercole I gravemente infermo. In una lettera che Nicolò rivolgendosi alla duchessa scrive da detto luogo il 30 ottobre 1482 dice essere da necessità costretto a restare in villa per non avere che mettersi in dosso; chè forse nella furia dell'invasione temuta non ebbe tempo di prendere le sue robe. Di là si ridusse colla famiglia a Reggio, come rileviamo dalla lettera ch'egli vi scrisse il 22 novembre di detto anno (Docum. III), ed eravi pure nel 1483, trovandosi più volte nominato dal conte Paolo Antonio Trotti allora commissario generale in Reggio, mandatovi dal duca ne' momenti più fortunosi del dominio Estense durante la guerra colla Signoria di Venezia; ed anzi il Trotti in una lettera del 17 maggio 1483 ricordando ad Ercole I le antiche promesse fatte all'Ariosto, «avuto etiam rispetto a quello che V. S. ed io sappiamo, che nelli tempi che si operavano gli amici ciò che ha fatto per quella, non avendo rispetto, non che all'onore e alla vita, alla propria anima» (alludendo al tentato avvelenamento di Nicolò d'Este), lo pregava che al prossimo S. Pietro fosse provveduto d'un officio utile ed onorevole, a motivo altresì «delli danni incalcolabili che ha patito a Rovigo, quali in verità lo hanno frusto fino alle ossa; ed è quì a Reggio con bocche XII e compra sino il sole»[13]. Le condizioni d'allora non permisero forse al duca di sovvenire tostamente a Nicolò; ma sappiamo che nel 1486 le terre da lui acquistate nel contado di Reggio (55 biolche circa), «soggette alle gravezze e servitù rusticali, le dichiarò immuni e privilegiate in perpetuo in grazia dell'essersi trasferite in questo suo nobile e domestico gentiluomo»[14]; come altresì in detto anno fu nominato giudice dei dodici savi, officio che tenne per tre anni[15], a capo de' quali, e cioè dal febbraio 1489 al marzo 1492, ebbe il capitanato della città di Modena.

Finalmente nel 1496 passò commissario ducale in Lugo di Romagna, e vide quelle popolazioni stremate dalla fame, dal contagio, dalle inondazioni. Ma non fu in sì difficili circostanze che incontrò il biasimo di tutti; fu un atto d'ingiusto e crudele rigore a cui lasciò trasportarsi dal suo carattere severo e irascibile.

— Col favor della notte un uomo era solito entrare in una delle più civili abitazioni di Lugo, accolto dalla donna che amava. Il capo della famiglia ignorava la cosa; ma venutone col tempo in sospetto, riescì una volta a sorprendere colui, che dandosi a sùbita fuga lasciò disgraziatamente il mantello. Colla prova sotto gli occhi del fallo, il dabben uomo, forse padre o marito, diè luogo ad un giusto risentimento con parole clamorose, che udite di leggieri in quell'ora tacita da qualche indiscreto vicino o da chi per caso passava allora per via, furono riportate al commissario. Il mattino dopo venne questi chiamato dinanzi all'Ariosto. L'uomo prudente aveva già preso il partito che più stimava convenire all'onor di sè stesso e de' suoi, e, interrogato, negò francamente l'accaduto. Il commissario chiese allora gli fosse consegnato quel mantello che avea rinvenuto, sperando con quello di poter riconoscere il colpevole; ma essendo stato ciò pure negato, l'Ariosto giunse al brutale eccesso di far uso della tortura, e così strappare fra i tormenti una confessione che avviliva e gettava nella maggior vergogna l'uomo innocente, degno soltanto di elogio. — Il Baruffaldi[16] dice che il commissario, persuaso di aver bene operato, ne scrisse al duca; ma che questi lo privò immantinente dell'impiego (24 novembre 1496), lo condannò a una multa di 500 ducati d'oro, nè più lo ammise ad altre cariche. Fra le molte lettere che di Nicolò Ariosto si conservano in Archivio, non abbiamo quella accennata dal Baruffaldi, nè crediamo probabile ch'ei potesse quasi vantarsi dell'eccesso commesso. Troviamo invece che il duca lo aveva altre volte ripreso di usar modi e parole troppo aspre co' suoi dipendenti: ed egli con lettera del 7 marzo 1482, ringraziando dell'amorevole correzione «non da principe a servo, ma che sarìa da equiparare a Cristo quando correggeva gli Apostoli suoi», soggiungeva: «Io non ho sì poco intelletto, nè son di natura tanto iracondo, Ill.o Signor mio, ch'io non mi sappia molto ben temperare dove bisogna.... e mi porto con quella reverenza e carità che si conviene, e che so essere la mente di V.a Ill.a Signoria.» — Così l'antico adagio, che noi raramente conosciamo i nostri difetti, trova sempre conferma.

Nicolò nel 1486 ritornato con la famiglia a Ferrara, pose il figlio Lodovico, in età di undici anni, a scuola di latino, con obbligarlo più tardi a darsi contro sua volontà allo studio delle leggi, volgendo testi e chiose, ch'egli chiama ciance, pel corso di cinque anni. A capo de' quali, e cioè nel 1494, accorgendosi il padre che Lodovico erasi distolto dai gravi studi raccomandatigli per attendere unicamente a quelli per lui sì graditi della poesia ove il genio fin dall'alba della vita traevalo a forza e ne' quali avea cominciato a dar saggi lodevoli; dopo molto contrasto, persuaso ancora da parenti ed amici, lo pose in libertà.

Lodovico allora si ritenne felice, e attese con maggior fervore agli studi poetici, in compagnia di Alberto Pio principe di Carpi, di Pandolfo Ariosto suo diletto cugino e di Ercole Strozzi, giovani anch'essi di raro ingegno, che servivangli a nobile emulazione. Sotto il celebre Gregorio da Spoleti diedesi tutto agli studi classici, e riuscì a spiegare i passi più oscuri degli antichi poeti latini, principalmente di Orazio, di che riscosse molti elogi in Roma al tempo di Leone X. Già sullo scorcio del secolo aveva composti vari carmi latini ed era tutto occupato ad accrescerli, quando nel 1500 avvenne la morte di Nicolò, che Lodovico pianse con un'ode affettuosissima[17]. Dovette allora «coi piccoli fratelli ai quali era successo in luogo di padre» rivolgere il pensiero e le cure alla numerosa famiglia, «cambiare Omero in vacchette». Anche il suo carissimo maestro Gregorio da Spoleti fu costretto abbandonarlo per passare a Milano, indi in Francia precettore di Francesco Sforza, ed essendo morto altresì Pandolfo «il suo parente, amico, fratello, anzi l'anima sua,» parve per un momento temere non potesse offuscarsi quel punto luminoso cui egli mirava per salire in gran fama: ma continuando a vederlo risplendere, fattosi animo, superò questo ed ogn'altro impedimento (Satira VII).

Quantunque le sostanze ereditate dal padre fossero di qualche entità, pure dovendosi ripartire sopra dieci figliuoli, non potevano lasciare abbastanza tranquillo il primogenito Lodovico che aveva assunto la cura degli interessi della famiglia; e narrando egli stesso che di que' giorni la mente sua era carca d'affanni (Satira VII, v. 214), si rivolse al duca, e potè ottenere nel 1502 di essere nominato capitano della Rocca di Canossa[18].

Le terre possedute nel reggiano e l'ufficio conferitogli in quella provincia mossero l'Ariosto a portarsi al nido natio, ospitato dai propri cugini Malaguzzi: e que' luoghi ameni, e specialmente il Mauriziano ch'ei vagheggia e dipinge coi colori più belli, gli furono dolci inviti a empir le carte de' suoi versi (Satira V); e perciò i carmi latini della sua giovinezza salirono a 65 che si hanno a stampa divisi in tre libri, illustrati di recente dal ch. Carducci[19]. E il poeta dirigendoli agli Estensi, ai congiunti, agli amici, non lascia di narrarci ancora i suoi amori, celebrando in particolar modo una reggiana sotto nome di Lidia, la quale lo costringe a star lungamente lontano dalla madre carissima, gli fa grato il soggiorno di Reggio colla sua presenza, glielo rende triste partendo.

Dopo quasi due anni trascorsi per la maggior parte nel reggiano, Lodovico tornò a Ferrara nel 1503, ove sembrò dimenticarsi di Lidia, ed ove da una certa Maria che da tempo serviva in sua casa ebbe un figlio naturale chiamato Giovanni Battista, il quale essendo stato secretamente mantenuto dal padre presso i parenti materni, partì giovane da Ferrara per darsi al mestiere delle armi; e tornato poi in patria, ove ebbe nel 1546 una missione dal duca alla corte imperiale, vi morì capitano nel 1569. Avendolo Lodovico dichiarato nel testamento del 1532 suo figlio naturale e contemplato nell'eredità, venne ancora legittimato nel 1538 ad istanza di Galasso e Alessandro fratelli del poeta.

Sullo scorcio del 1503 Lodovico rinunziò al capitanato di Canossa e passò al servizio del cardinale Ippolito d'Este, ch'egli scelse con poca fortuna a suo mecenate, ma che tanto influì su lo scopo delle sue poesie.

Ippolito d'Este, figlio d'Ercole I e di Eleonora d'Aragona, nacque il 20 marzo 1479, e per essere il terzo genito fu destinato alla Chiesa: volendosi di regola ne' principi che il primo succeda al padre nel governo dello stato, il secondo cerchi salire in dignità cingendo la spada, il terzo faccia altrettanto vestendo la stola: ma bene spesso la traccia è fuor di strada, e fa mala prova[20], non essendosi prima indagata l'indole e tendenza d'ognuno. — Di sei anni Ippolito vestì l'abito clericale, ricevendo la prima tonsura nel duomo di Ferrara. Passava appena i sette anni, ed ecco che il re Mattia Corvino marito di una zia materna d'Ippolito lo nominava arcivescovo di Strigonia. Il papa non voleva approvare la nomina per l'età ancora infantile, ma dopo pochi mesi vi si adattò. Il piccolo arcivescovo partiva alla volta d'Ungheria, facendosi portare in una lettica con grande accompagnamento affine di prender possesso della sua sede, e serviva purtroppo ovunque passava a ridicolo spettacolo di profanata autorità. Padrone troppo presto di sè stesso, insignito di una dignità di cui solo misurava l'importanza dagli atti continui di un simulato profondo rispetto, vivendo in una corte straniera, presso parenti che cecamente lo amavano, nè mai contraddetto in qualunque capriccio, sortì un carattere altiero, inflessibile, vendicativo, crudele. Cambiato poi l'arcivescovato di Strigonia nel vescovato d'Agria, che non l'obbligava a residenza, ebbe nel 1497 l'arcivescovato di Milano, cui s'aggiunse nel 1499 quello di Narbona e nel 1502 quello di Capua. Fu anche Vescovo di Ferrara nel 1503, di Modena nel 1507. Alessandro VI lo nominò cardinale diacono di santa Lucia in Silice il 21 agosto 1493 di soli quattordici anni, e fu anche arciprete della Basilica Vaticana, come pure prevosto della ricchissima Abbazia della Pomposa di Ferrara: deplorabile abuso d'allora, e neppur tolto a' giorni nostri, di cumulare tante dignità e tante rendite ecclesiastiche sopra un solo uomo, che inoltre mostrava di seguire intieramente il genio dell'età corrottissima, senza curarsi delle cose sacre. Erano in fatti sue cure gradite le cacce[21], le mostre militari, i convegni gioviali, l'amor delle donne, i ricchi e pontificali conviti ne' quali durava la maggior parte della notte. Nel 1504 fece bastonare un messo del papa che gli portò un monitorio che non gli garbava: prepotenza arditissima sotto Giulio II. — Lo spirito delle cose mondane era allora molto esteso in corte di Roma. Nelle lettere di cardinali amici d'Ippolito s'incontrano spesso descrizioni di cacce fatte in Romagna, inviti a partecipare ad altre che si preparavano, e domande di falconi e di levrieri, di cui si lamenta la scarsità in Roma. Una lettera del cardinale Marco Cornaro ha tutto il garbo di que' gentili e profumati viglietti soliti scambiarsi fra due persone galanti: «Ho avuto piacer grande a intendere quanto mi scrive V. S. Rev. di quelle due nobilissime madonne, l'una madonna Clara Pusterla, l'altra madonna contessa Borromea sua sorella; e tanto più quanto che essa V. S. Rev. mi scrive detta contessa esser fatta molto bella, e l'una e l'altra, insieme con li suoi magnifici consorti, essere state a piacere con quella. Se dette madonne non fossero partite, pregherìa V. S. Rev. si degnasse raccomandarmele; a una delle quali essendo servitore V. S. Rev., io desidererìa essere servitore all'altra, per fare compagnia ad essa V. S.». — La passione delle armi, unita ad un certo valore, portò il cardinale Ippolito ad una non comune intelligenza delle cose di guerra; nel che rese importanti vantaggi al duca Alfonso I di lui fratello nella guerra coi Veneziani e con papa Giulio II. Ci narra il da Porto[22] che il cardinale Ippolito era «il più disposto corpo con il più fiero animo che mai alcuno della sua casa avesse, e sopra questa guerra (coi Veneti) d'ogni cosa ministro. Piacciono a costui gli uomini valorosi, e quantunque sia prete, ne ha sempre molti d'attorno». Trovandosi nel 1509 colle genti di suo fratello sotto Padova, facevasi condurre «alla guisa di Dario sopra una carretta per lo campo, benchè armato ed in abito di soldato»; e queste foggie, sì poco convenienti a un personaggio del suo carattere, ripetevansi sovente, ed erano da tutti con dispregio osservate. — Delle donne ebbe amicizia troppo intima con parecchie. Secondo il Gordon[23] fu rivale col duca Valentino negli amori con Sancia vedova di Goffredo Borgia. Amò una certa Veronica che da Brescia gli scriveva il 23 giugno 1508, raccomandandosi a lui «tante volte quanti sono i pensieri che nascono il giorno a quanti sono gli amanti riamati»; e prorompendo in dire: «oh quanti sono!» finisce umilmente baciandogli «le belle manine, lo prega di nuovo voglia ricordarsi di sua bassezza, e si dichiara quella fedel serva che tanto ama e adora Sua Signoria». — Dalla Dalila Putti di Ferrara ebbe un figlio naturale per nome Ippolito: da un'altra donna ebbe Isabella, maritata nel 1529 con Giberto Pio di Sassuolo. Ma l'amore, anzi una cieca brutale passione spinse il cardinale ad un iniquo delitto, e macchiò d'infamia eterna il suo nome. — Erasi egli perdutamente invaghito di una damigella della corte di Ferrara, la quale, com'è solito delle donne lusinghiere, non contenta di accogliere le istanze del cardinale, mostrò gradire moltissimo anche quelle di don Giulio fratello bastardo di lui. Il cardinale se ne accorse, e sollecitando la donna a dichiarargli la cagione di sì nuovo capriccio, confessò ella di non aver potuto resistere agli occhi bellissimi di don Giulio, che giudicava bastevoli a vincere il cuore di tutte le donne. La vanità puerile del cardinale restò umiliata e nel vivo trafitta; onde lasciandosi trasportare dall'impeto della gelosia e dell'invidia macchinò un'atroce vendetta. Il 3 novembre 1505 don Giulio era andato di buon mattino alla caccia; e il cardinale, forse travestito, in mezzo a quattro de' suoi staffieri, si portò alla campagna di Belriguardo, attendendo coll'insidia dell'assassino che il fratello fosse di ritorno. L'infelice don Giulio restituivasi tranquillamente a Ferrara ignaro della sorte che lo attendeva, quando ad un tratto videsi assalito e stramazzato di cavallo. Il cardinale lo circondò de' suoi uomini che lo ammortirono di percosse, e, cosa incredibile ma pure certissima, stando egli proprio a vedere[24], fecegli con acuti stecchi cavare ambidue gli occhi. Compiuto appena il delitto, il cardinale, sperando allontanare da sè il primo sospetto nell'animo del duca, corse a dargliene avviso come di cosa che allora vociferavasi per la città; e poco dopo don Giulio veniva portato in palazzo, deforme nel viso, tutto coperto di sangue. A quest'orribile vista che nella famiglia degli Estensi ritraeva in parte quanto di più crudele rappresentaronci i greci «di Tiesti, di Tantali e di Atrei»[25], fu detto che il duca Alfonso salì in ira tale, che rovesciò la tavola ove trovavasi a mensa; e conoscendo a più indizî onde il fatto procedesse, cacciò da sè il cardinale, ingiungendogli di sortire dai confini. Allo sgraziato don Giulio si apprestavano intanto le cure maggiori: l'occhio sinistro, non essendo stato intieramente staccato dall'orbita, rimesso al posto, riacquistò col tempo un poco di luce; il destro era affatto perduto.

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Veröffentlichungsdatum auf Litres:
16 Januar 2025
Umfang:
490 S. 1 Illustration
ISBN:
4064066087579
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Bookwire
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