Buch lesen: "Gli duoi fratelli rivali"

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Giambattista della Porta

Gli duoi fratelli rivali


Pubblicato da Good Press, 2020

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EAN 4064066072858

Indice

PROLOGO.

PERSONE DELLA FAVOLA

ATTO I.

SCENA I.

SCENA II.

SCENA III.

SCENA IV.

ATTO II

SCENA I.

SCENA II.

SCENA III.

SCENA IV.

SCENA V.

SCENA VI.

SCENA VII.

SCENA VIII.

SCENA IX.

ATTO III.

SCENA I.

SCENA II.

SCENA III.

SCENA IV.

SCENA V.

SCENA VI.

SCENA VII.

SCENA VIII.

SCENA IX.

SCENA X.

SCENA XI.

ATTO IV.

SCENA I.

SCENA II.

SCENA III.

SCENA IV.

SCENA V.

SCENA VI.

SCENA VII.

SCENA VIII.

ATTO V.

SCENA I.

SCENA II.

SCENA III.

SCENA IV.

SCENA V.

PROLOGO.

Indice

Olá che rumore, olá che strepito è questo? Egli è possibil pure che fra persone di valore e di sangue illustre ci abbia a venir mischiata sempre questa vilissima canaglia? la qual per mostrar a quel popolazzo che gli sta d'intorno, che s'intende di comedie, or rugna di qua, or torce il muso di lá. Par che le puzzi ogni cosa:—Questa parola non è boccaccevole, questo si potea dir meglio altrimente, questo è fuor delle regole di Aristotele, quel non ha del verisimile;—pascendosi di quella aura vilissima popolare, né intende che si dica, e alla fine viene a credere agli altri. E altri pieni d'invidia e di veleno, per mostrar che la comedia non dia sodisfazione agli intendenti e che l'hanno in fastidio, empiono di strepito e di gridi tutto il teatro. E che genti son queste poi? qualche legista senza legge e qualche poeta senza versi.

Credete, ignorantoni, con queste vostre chiacchiere far parere un'opera di manco ch'ella sia, come il mondo dal vostro bestial giudicio graduasse gli onori dell'opere? O goffi che sète! ché l'opre son giudicate dall'applauso universal de' dotti di tutte le nazioni: perché si veggono stampate per tutte le parti del mondo, e tradotte in latino, francese, spagnolo e altre varie lingue; e quanto piú s'odono e si leggono tanto piú piacciono e son ristampate, come è accaduto a tutte l'altre buone sue sorelle che in publico e in privato comparse sono. Vien qua, dottor della necessitá, che con sei tratti di corda non confessaresti una legge, che non sapendo della tua prosumi saper tutte le scienze: certo che se sapessi che cosa è comedia, ti porresti sotterra per non parlarne giamai. Ignorantissimo, considera prima la favola se sia nuova, meravigliosa, piacevole, e se ha l'altre sue parti convenevoli, ché questa è l'anima della comedia; considera la peripezia, che è spirito dell'anima che l'avviva e le dá moto, ché se gli antichi consumavano venti scene per far caderla in una, in queste sue senza stiracchiamenti e da se stessa cade in tutto il quarto atto, e se miri piú adentro, vedrai nascer peripezia da peripezia e agnizione da agnizione. Ché se non fossi cosí cieco degli occhi dell'intelletto come sei, vedresti l'ombre di Menandro, di Epicarmo e di Plauto vagar in questa scena e rallegrarsi che la comedia sia gionta a quel colmo e a quel segno dove tutta l'antichitá fece bersaglio.

Or questo è altro che parole del Boccaccio o regole di Aristotele, il qual, se avesse saputo di filosofia o di altro quanto di comedia, forse non arebbe quel grido famoso che possiede per tutto il mondo. Ma tu, che sei goffo, non conosci l'arte. Or gracchiate tanto che crepiate, ché il nome vostro non esce fuor del limitar delle vostre camere; né per ciò voi scemerete la fama dell'autore, la qual nasce da altri studi piú gravi di questo, e le comedie fûr scherzi della sua fanciullezza. Or tacete, bocche di conche e di sepolcri de morti: ché se provocarete la sua modestia, come or amichevolmente qui vi ammonisce, fará conoscer per sempre chi voi sète.

Ma questi ignorantoni per la rabbia m'han fatto tralasciare il mio officio che era qui venuto a fare con voi. Or questo serva in vece di prologo, ché l'argomento della favola lo vedrete minutamente spiegato da questi che vengon fuora.

PERSONE DELLA FAVOLA

Indice

DON IGNAZIO giovane innamorato

SIMBOLO suo camariero

DON FLAMINIO giovane suo fratello

PANIMBOLO suo camariero

LECCARDO parasito

MARTEBELLONIO capitano

ANGIOLA vecchia

CARIZIA giovane

EUFRANONE vecchio

POLISSENA sua moglie

CHIARETTA fantesca

AVANZINO servo

Birri

DON RODERIGO viceré della provincia.

Il luogo dove si rappresenta la favola è Salerno.

ATTO I.

Indice

SCENA I.

Indice

DON IGNAZIO giovane, SIMBOLO suo cameriero.

DON IGNAZIO. Egli è possibile, o Simbolo, ch'avendoti commesso che fussi tornato e ben presto, che m'abbi fatto tanto penar per la risposta?

SIMBOLO. A far molti servigi bisogna molto tempo, né io poteva caminar tanto in un tratto.

DON IGNAZIO. In tanto tempo arei caminato tutto il mondo.

SIMBOLO. Sí, col cervello; ma io avea a caminar con le gambe.

DON IGNAZIO. Or questo è peggio, farmi penar di nuovo in ascoltar le tue scuse. Che hai tu fatto?

SIMBOLO. Son stato al maestro delle vesti.

DON IGNAZIO. Cominci da quello che manco m'importa.

SIMBOLO. Cominciarò da quello che piú vi piace: sono stato a don Flaminio vostro fratello, per saper la risposta che ave avuto dal conte di Tricarico della vostra sposa.

DON IGNAZIO. Che sai tu che questo mi piaccia?

SIMBOLO. Ve l'ho intesa lodar molto di bellezza, pregate don Flaminio che tratti col conte ve la conceda, passegiate tutto il giorno sotto le sue fenestre, e il pregio che guadagnaste nella festa de' tori mandaste a donar a lei.

DON IGNAZIO. E ciò m'importa manco del primo.

SIMBOLO. Sono stato a madonna Angiola.

DON IGNAZIO. Ben?

SIMBOLO. Non era in chiesa, ché non era ancor venuta; ed io, per avanzar tempo per gli altri negozi, non l'aspettai.

DON IGNAZIO. Perché non lasciasti tutti gli altri per aspettar lei?

SIMBOLO. Che sapeva io che desiavate ciò? Se potesse indovinar il vostro cuore, sareste servito prima che me lo comandaste; e se a voi non rincrescerá comandarmi, a me non rincrescerá servirvi. Vi fidate de me de danari, argenti e gioie, e non potete fidar parole o secreti?

DON IGNAZIO. Ho celato il desiderio del mio cuore in sino alla camicia che ho indosso; ma or son risoluto fidarmi di te, cosí per obligarti a consigliarmi ed aiutarmi con piú franchezza, come per isfogar teco la passione. Ma un secreto sí grande sia custodito da te sotto sincera fede de un onorato silenzio.

SIMBOLO. Vi offro fedeltá e franchezza nell'uno e nell'altro.

DON IGNAZIO. Io ardo della piú bella fiamma che sia al mondo; e accioché tu sappi a puntino ogni cosa, cominciarò da capo.—Quando venne il gran capitano Ferrante di Corduba nel conquisto del regno di Napoli, venner con lui molti gentiluomini e signori spagnuoli per avventurieri, tra' quali fu don Rodorigo di Mendozza mio zio e noi fratelli; e dopo la felice conquista di questo regno, noi e nostro zio fummo molto largamente rimunerati da Sua Maestá di molte migliaia di scudi d'entrada e de' primi uffici del Regno: fra gli altri fu fatto viceré della provincia di questa cittá di Salerno….

SIMBOLO. Tutto ciò sapeva bene, ché son stato a' vostri servigio

DON IGNAZIO…. Or ei, volendo rallegrare la citta di Salerno sotto il suo governo, il carnescial passato ordinò giochi di canne e di tori in piazza per i gentiluomini, e un sollenne ballo nella sala di Palazzo per le gentildonne. Venne il giorno constituito, venner e canne e tori in piazza e le gentildonne in sala: fra le altre vennero due giovanette sorelle. Ma perché dico «giovanette», ché non dico due angiolette? Elle parvero un folgore che lampeggiando offuscò la bellezza di tutte le altre. E se ben Callidora, la minore, fusse d'incomparabil bellezza, posta incontro al sovran paragon di bellezza, a Carizia, restava un poco piú languida, perché la maggiore avea non so che di reale e di maraviglioso. Parea che la natura avesse fatto l'estremo suo forzo in lei per serbarla per modello de tutte l'altre opere sue, per non errar piú mai. Ella era sí bella che non sapevi se la bellezza facesse bella lei o s'ella facesse bella la bellezza; perché se la miravi aresti desiderato esser tutto occhi per mirarla, s'ella parlava esser tutto orecchie per ascoltarla: in somma tutti i suoi movimenti e azioni erano condite d'una suprema dolcezza. Un sí stupendo spettacolo di bellezza rapí a sé tutti gli occhi e cuori de' riguardanti: restâr le lingue mute e gli animi sospesi, e se pur se sentiva un certo tacito mormorio, era che ogniuno mirava e ammirava una mai piú udita leggiadria. Io furtivamente mirava gli occhi di Carizia, i quali quanto erano vaghi a riguardare tanto pungevano poi, e quanto piú pungevano tanto piú ti sentivi tirar a forza di rimirargli; e riguardando non si volean partire come se fussero stati legati con una fune, talché non sapeva discernere qual fusse maggiore o la dolcezza del mirare o la fierezza delle punture: al fin conobbi che l'uno era la medicina dell'altro. E benché io prevedessi che quel fusse un principio d'una fiamma nascente, dalla quale ogni mio spirito dovea arderne crudelissimamente, pur non potea tenermi di non mirarla: onde per non esser osservato da mio fratello, il prendo per la mano e lo meno nello steccato….

SIMBOLO. Perché dubbitavate di vostro fratello?

DON IGNAZIO. Tu sai, da che siamo nati, avemo sempre con grandissima emulazione gareggiato insieme di lettere, di scrima, di cavalcare e sopra tutto nell'amoreggiare, ché ogniun di noi ha fatto professione di tôr l'innamorata all'altro. Il che s'avenisse cosí di costei, si accenderebbe un odio maggiore fra noi che mai fusse stato; sarebbe un seme di far nascer tra noi tal sdegno che ci ammazzaremmo senz'alcuna pietade.

SIMBOLO. Seguite. E poi?

DON IGNAZIO…. Appena entrammo nello steccato, come in un famoso campo di mostrar virtude e valore, che fûr stuzzicati i tori, i quali furiosi e dalle narici spiranti focoso fiato vennero incontro noi. Onde se mai generoso petto fu stimulato da disio di gloria, fu il mio in quel punto; perché sempre volgea gli occhi in quel ciel di bellezza, parea che da quelle vive stelle de' suoi begli occhi spirassero nell'anima mia cosí potentissimi influssi, cosí infinito valore ch'io feci fazioni tali che a tutti sembrarono meraviglie, ch'io non solo non andava schivando gli affronti e i rivolgimenti de' tori, ma gli irritava ancora, accioché con maggior furia m'assalissero. Di quelli, molti ne destesi in terra e n'uccisi; ma in quel tempo ch'io combatteva con i tori, Amor combatteva con me. O strana e mai piú intesa battaglia! onde un combattimento era nello steccato apparente e un altro invisibile nel mio cuore: il toro alcuna volta mi feriva nella pelle e ne gocciolavano alcune stille di sangue, e il popolo ne avea compassione; ma ella con i giri degli occhi suoi mi fulminava nell'anima, ma perché le ferite erano senza sangue, niuno ne avea compassione. De' colpi de' tori alcuni ne andavano vòti d'effetto; ma quelli degli occhi suoi tutti colpivano a segno. Pregava Amore che crescesse la rabbia a' tori, ma temperasse la forza de' guardi di Carizia. Al fin io rimasi vincitore del toro, ella vincitrice di me: ed io che vinsi perdei, e fui in un tempo vinto e vincitore, e restai nella vittoria per amore. Del toro si vedea il cadavero disteso in terra, il mio vagava innanzi la sua bella imagine; il popolo con lieto applauso gradiva la mia vittoria, ed io piangeva la perdita di me stesso. Ahi quanto poco vinsi! ahi quanto perdei! vinsi un toro e perdei l'anima….

SIMBOLO Faceste tanto gagliarda resistenza a' fieri incontri de' tori e non poteste resistere a' molli sguardi d'una vacca?—Come si portò vostro fratello?

DON IGNAZIO. Fece anch'egli grandissime prodezze.—… In somma ella fu l'occhio e la perfezione de tutta la festa. Finito il gioco, fingendomi stracco e altre colorite cagioni, ritrassi don Flaminio dallo steccato, il quale avea gran voglia d'uscirne, e ci reducemmo a casa; ma prima avea imposto ad un paggio s'avesse informato chi fusse. Andai a letto avendo il cuore e gli occhi ripieni della bellezza della giovane e l'anima impressa della sua bella imagine; onde passai una notte assai travagliata. Intesi poi la matina che era una gentildonna onestissima, dotata di molte peregrine virtú, di casa Della Porta; ma povera per essernole state tolte le robbe per caggion de rubellione, ché Eufranone, il padre, avea seguite le parti del principe de Salerno.

SIMBOLO Se state cosí invaghito di costei, perché trattar matrimonio con la figlia del conte de Tricarico e ci avete posto don Flaminio vostro fratello per mezano?

DON IGNAZIO. Quando piace a' medici che non calino i cattivi umori ne' luoghi offesi, ordinano certi riversivi: io per ingannar mio fratello, ché non s'imagini che ami costei, lo fo trattar matrimonio con la figlia del conte.

SIMBOLO Ben, che avete deliberato di fare?

DON IGNAZIO. Per dar fine alle tante volte desiato e non mai conseguito desiderio, tôrla per moglie.

SIMBOLO Avetici molto ben pensato prima?

DON IGNAZIO. E possedendo lei non sarò un terreno iddio?

SIMBOLO Avertite che chi si dispone tôr moglie, camina per la strada del pentimento: pensatici bene.

DON IGNAZIO. Ci ho tanto pensato ch'il pensiero pensando s'è stancato nell'istesso pensiero.

SIMBOLO Che sapete se vostro fratello se ne contenta, o vostro zio che vi vol maritar con una figlia de grandi de Ispagna? Poi, povera e senza dote! Si sdegnará con voi e forsi vi privará di quella parte di ereditá ch'avea designato lasciarvi: perché gli errori che si fanno ne' matrimoni, dove importa l'onor di tutta la famiglia, si tirano gli odii dietro di tutto il parentado e principalmente de' fratelli e de' zii.

DON IGNAZIO. Purché abbia costei per moglie, perda l'amor del fratello, del zio, la robba e ogni cosa, fin alla vita. Che mi curo io di robba? son altro che miserabili beni di fortuna? L'onestá e gli onorati costumi son i fregi dell'anima; ricchezze ne ho tante che bastano per me e per lei. Or non potrebbe essere che, trattenendomi, don Flaminio mi prevenisse e se la togliesse per moglie, ed io poi per disperato m'avesse ad uccidere con le mie mani? Ho cosí deliberato; e le cose deliberate si denno subbito esseguire.

SIMBOLO Ecco don Flaminio vostro fratello.

DON IGNAZIO. Presto presto, scampamo via, ché non mi veggia qui ed entri in sospetto di noi.

SIMBOLO. Andiamo.

SCENA II.

Indice

DON FLAMINIO giovane, PANIMBOLO suo cameriero.

DON FLAMINIO. Panimbolo, quando vedesti Leccardo, che ti disse?

PANIMBOLO. Voi altri innamorati volete sentire una risposta mille volte.

DON FLAMINIO. Pur, che ti disse?

PANIMBOLO. Quel che suol dir l'altre volte.

DON FLAMINIO. Non puoi redirmelo? non vòi dar un gusto al tuo padrone?

PANIMBOLO. Cose di vento.

DON FLAMINIO. E udir cose di vento mi piace.

PANIMBOLO. Che Carizia non stava di voglia, che raggionava con la madre, che ci era il padre, che venne la zia, che sopraggionse la fantesca, che come ará l'agio parlará, fará, e cose simili. Ben sapete che è un furfante e che, per esser pasteggiato e pasciuto da voi di buoni bocconi, pasce voi di bugie e di vane speranze.

DON FLAMINIO. Io ben conosco ch'è un bugiardo: pur sento da lui qualche rifrigerio e conforto.

PANIMBOLO. Scarso conforto e infelice refrigerio è il vostro.

DON FLAMINIO. Ad un povero e bisognoso come io, ogni piccola cosa è grande.

PANIMBOLO. Anzi a voi, essendo di spirito cosí eccelso e ardente, ogni gran cosa vi devrebbe parer poca.

DON FLAMINIO. Il sentir ragionar di lei, di suoi pensieri e di quello che si tratta in casa, m'apporta non poco contento; e mi ha promesso alla prima commoditá darle una mia lettera.

PANIMBOLO. O Dio, non v'è stato affermato per tante bocche di persone di credito che non sieno persone in Salerno piú d'incorruttibil onestá di queste, e che invano spera uomo comprarse la loro pudicizia? né voi in tanto tempo che la servite ne avete avuto un buon viso.

DON FLAMINIO. Tutto questo so bene. Ma che vòi che faccia? non posso voler altro, perché cosí vuole chi può piú del mio potere.

PANIMBOLO. Chetatevi e abbiate pazienza.

DON FLAMINIO. La pacienza è cibo o de santi o d'animi vili.

PANIMBOLO. E voi amate senza goder al presente ciò né sperar al futuro.

DON FLAMINIO. Almeno, se non ama me, non ama don Ignazio, e non la possedendo io non la possiede egli. Quella sua onestá quanto piú m'affligge piú m'innamora: io non posso odiar il suo odio, godo del suo disamore. Ché s'alle pene ch'io patisco s'aggiungesse il sospetto di don Ignazio, sarebbono per me troppo aspre e insopportabili.

PANIMBOLO. Io dubbito che don Ignazio avendo tentata la via ch'or voi tentate ed essendoli riuscita vana, ch'or ne tenti una piú riuscibile.

DON FLAMINIO. Don Ignazio non vi pensa né la vidde.

PANIMBOLO. Son speranze con che ingannate voi stesso.

DON FLAMINIO. Facil cosa è ingannar un altro, ma ingannar se stesso è molto difficile. Io in quel giorno, perché non avea altro sospetto che di lui, puosi effetto ad ogni suo gesto e conobbi veramente che non s'accorse di lei: perché dove girava gli occhi, li girava io; dove mirava, mirava io; non diceva parola che non la volesse ascoltare; e accioché non s'accorgesse di lei, il tolsi dalla sala e il condussi allo steccato; e finito il gioco venne meco a casa, cenammo e ce n'andammo a letto e raggionammo d'ogni altra cosa che vedemmo quel giorno, eccetto che di quelle giovani. Ché s'egli si fusse accorto di sí inusitata bellezza, non l'arebbe tratto tutto il mondo da quello steccato, da quella sala, dalle sue faldi; e quando t'imposi che ti fussi informato chi fusse, usai la maggior diligenza del mondo ché non se ne fusse accorto. Io non sono cosí goffo come pensi. E se Leccardo, che abita in casa sua, n'avesse inteso altra cosa, non me l'arebbe referito?

PANIMBOLO. Il parasito Leccardo? state fresco, ché delle ventiquattro ore del giorno ne sta imbriaco o ne dorme piú di trenta. Vostro fratello tanto può star senza far l'amore quanto il cielo senza stelle o il mar senza tempesta.

DON FLAMINIO. Egli sta invaghito e morto della figlia del conte de Tricarico—ed io sono mezano del matrimonio e mi ci affatico molto per tôrmi da questo suspetto,—e m'ha dato parola che, volendo dargli quarantamila docati, sposaralla; ma egli non vol darne piú che trentamila.

PANIMBOLO. Come può starne invaghito e morto s'ella è brutta come una simia? né credo che la torrebbe per centomila; ed essendo egli di feroce e magnanimo spirito, poco si curarebbe di diecimila ducati, ché se li gioca in mez'ora. Ma dubbito che essendo gran tempo esercitato negli artifici della simulazione, che tutto ciò non dica per ingannarvi; e vi mostrarei per chiarissime congetture ch'egli aspiri a posseder Carizia.

DON FLAMINIO. Non piaccia a Dio che ciò sia! ché se per altre cortigianucce di nulla ci siamo azzuffati insieme, pensa tu che farebbomo per costoro; e questa ingiuria io la sopporterei piú volentieri da ogni uomo che da mio fratello.

PANIMBOLO. Egli da quel giorno della festa è divenuto un altro. Parla talvolta, sta malinconico, mai ride, mangiando si smentica di mangiare, dove prima mangiava per doi suoi pari, la notte poco dorme, sta volentieri solo, e standovi sospira, s'affligge e si crucia tutto.

DON FLAMINIO. Io ho osservato in lui tutto il contrario.

PANIMBOLO. Perché si guarda da voi solo; né mai lo veggio ridere o star allegro se non quando è con voi. Di piú, non è mai giorno che non passi mille volte per questa strada dinanzi alla sua casa.

DON FLAMINIO. Io non ve l'ho incontrato giamai.

PANIMBOLO. Deve tener le spie per non esservi còlto da voi; e quella arte, che voi usate con lui, egli usa con voi. Ma io vi giuro che quante volte m'è accaduto passarvi, sempre ve l'ho incontrato.

DON FLAMINIO. Oimè, tu passi troppo innanzi, mi poni in sospetto e m'ammazzi. Ma come potrei io di ciò chiarirmi?

PANIMBOLO. Agevolissimamente: subbito che l'incontrate, diteli che il conte è contento dargli li quarantamila scudi purché la sposi per questa sera; e se non troverá qualche scusa per isfuggir o prolungar le nozze, cavatemi gli occhi.

DON FLAMINIO. Dici assai bene; e or ora vo' gir a trovarlo e fargli l'ambasciata.

PANIMBOLO. Ascoltate: dateli la nuova con gran allegrezza e mirate nel volto e negli occhi, osservate i colori—ché ne cambierá mille in un ponto: or bianco or pallido or rosso,—osservate la bocca con che finti risi; in somma ponete effetto a tutti i suoi gesti, ché troverete quanto ve dico.

DON FLAMINIO. Cosí vo' fare.

PANIMBOLO. Ma ecco la peste de' polli, la destruzione de' galli d'India e la ruina de' maccheroni!

Altersbeschränkung:
0+
Veröffentlichungsdatum auf Litres:
16 Januar 2025
Umfang:
120 S. 1 Illustration
ISBN:
4064066072858
Verleger:
Rechteinhaber:
Bookwire
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