Buch lesen: "Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico"
Giuseppe Garibaldi
Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico

Pubblicato da Good Press, 2020
EAN 4064066068431
Indice
PREFAZIONE DELL'EDITORE
CAPITOLO I CLELIA. CAPITOLO II ATTILIO. CAPITOLO III LA CONGIURA. CAPITOLO IV I TRECENTO. CAPITOLO V L'INFANTICIDIO. CAPITOLO VI L'ARRESTO. CAPITOLO VII IL LEGATO. CAPITOLO VIII IL MENDICO. CAPITOLO IX LA LIBERAZIONE. CAPITOLO X L'ORFANA. CAPITOLO XI IL RICOVERO. CAPITOLO XII LA SUPPLICA. CAPITOLO XIII LA BELLA STRANIERA. CAPITOLO XIV SICCIO. CAPITOLO XV IL PALAZZO CORSINI. CAPITOLO XVI LA TRIADE. CAPITOLO XVII LA GIUSTIZIA. CAPITOLO XVIII L'ESILIO. CAPITOLO XIX LE TERME DI CARACALLA. CAPITOLO XX ALLE TERME. CAPITOLO XXI IL TRADITORE. CAPITOLO XXII LA TORTURA. CAPITOLO XXIII I BRIGANTI. CAPITOLO XXIV IL LIBERATORE. CAPITOLO XXV LO YACHT. CAPITOLO XXVI LA TEMPESTA. CAPITOLO XXVII IL DESERTO. CAPITOLO XXVIII LA RITIRATA. CAPITOLO XXIX LA FORESTA. CAPITOLO XXX IL CASTELLO. CAPITOLO XXXI LA BELLA IRENE. CAPITOLO XXXII GASPARO. CAPITOLO XXXIII LA SCOPERTA. CAPITOLO XXXIV L'ASSALTO. CAPITOLO XXXV UN ACQUISTO PREZIOSO. CAPITOLO XXXVI IL MIGLIORAMENTO UMANO. CAPITOLO XXXVII I SOTTERRANEI. CAPITOLO XXXVIII L'ANTIQUARIO. CAPITOLO XXXIX L'ESERCITO ROMANO. CAPITOLO XL IL MATRIMONIO. CAPITOLO XLI IL BATTESIMO. CAPITOLO XLII LA SOLITARIA. CAPITOLO XLIII IL SOLITARIO. CAPITOLO XLIV IL 30 APRILE. CAPITOLO XLV LA PUGNA. CAPITOLO XLVI LA QUERCIA ANTICA. CAPITOLO XLVII L'ONORE DELLA BANDIERA. CAPITOLO XLVIII LA CENA CAMPESTRE. CAPITOLO XLIX IL PARRICIDA. CAPITOLO L IMBOSCATA. CAPITOLO LI L'INSEGUIMENTO. CAPITOLO LII LA PEREGRINAZIONE. CAPITOLO LIII VENEZIA. CAPITOLO LIV ROMA IN VENEZIA. CAPITOLO LV IL GOVERNO RIPARATORE. CAPITOLO LVI DECRETO DI MORTE. CAPITOLO LVII MORTE AI PRETI. CAPITOLO LVIII IL PRINCIPE T….. CAPITOLO LIX IL DUELLO. CAPITOLO LX ROMA. CAPITOLO LXI VENEZIA ED IL BUCCINTORO. CAPITOLO LXII LA SEPOLTURA. CAPITOLO LXIII IL RACCONTO. CAPITOLO LXIV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO. CAPITOLO XLV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO. CAPITOLO LXVI SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO. CAPITOLO LXVII SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO. CAPITOLO LXVIII PREDICAZIONE DEL SOLITARIO. CAPITOLO LXIX CAIROLI COI SETTANTA COMPAGNI. CAPITOLO LXX CUCCHI E COMPAGNI. CAPITOLO LXXI LE TRE EROINE. CAPITOLO LXXII I MONTIGIANI. CAPITOLO LXXIII CORRUZIONE DELLE GENTI. CAPITOLO LXXIV IL ROVESCIO. CAPITOLO LXXV ULTIMA CATASTROFE. CAPITOLO LXXVI IL SOTTERRANEO
PREFAZIONE
CAPITOLO I
CAPITOLO II
CAPITOLO III
CAPITOLO IV
CAPITOLO V
CAPITOLO VI
CAPITOLO VII
CAPITOLO VIII
CAPITOLO IX
CAPITOLO X
CAPITOLO XI
CAPITOLO XII
CAPITOLO XIII
CAPITOLO XIV
CAPITOLO XV
CAPITOLO XVI
CAPITOLO XVII
CAPITOLO XVIII
CAPITOLO XIX
CAPITOLO XX
CAPITOLO XXI
CAPITOLO XXII
CAPITOLO XXIII
CAPITOLO XXIV
CAPITOLO XXV
CAPITOLO XXVI
CAPITOLO XXVII
CAPITOLO XXVIII
CAPITOLO XXIX
CAPITOLO XXX
CAPITOLO XXXI
CAPITOLO XXXII
CAPITOLO XXXIII
CAPITOLO XXXIV
CAPITOLO XXXV
CAPITOLO XXXVI
CAPITOLO XXXVII
CAPITOLO XXXVIII
CAPITOLO XXXIX
CAPITOLO XL
CAPITOLO XLI
CAPITOLO XLII
CAPITOLO XLIII
CAPITOLO XLIV
CAPITOLO XLV
CAPITOLO XLVI
CAPITOLO XLVII
CAPITOLO XLVIII
CAPITOLO XLIX
CAPITOLO L
CAPITOLO LI
FINE DELLA PARTE PRIMA
PARTE SECONDA
CAPITOLO LII
CAPITOLO LIII
CAPITOLO LIV
CAPITOLO LV
CAPITOLO LVI
CAPITOLO LVII
CAPITOLO LVIII
CAPITOLO LIX
CAPITOLO LX
CAPITOLO LXI
CAPITOLO LXII
CAPITOLO LXIII
CAPITOLO LXIV
CAPITOLO XLV
CAPITOLO LXVI
CAPITOLO LXVII
CAPITOLO LXVIII
CAPITOLO LXIX
CAPITOLO LXX
CAPITOLO LXXI
CAPITOLO LXXII
CAPITOLO LXXIII
CAPITOLO LXXIV
CAPITOLO LXXV
CAPITOLO LXXVI
APPENDICE
FATTI ISTORICI
RIEPILOGO
I DUE TRADIMENTI
PREFAZIONE DELL'EDITORE
Indice
Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul manoscritto non ve n'era tracciato alcuno.
L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO (The rule of the Monck) e noi l'abbiamo seguito.
Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di risponderci: "A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO" e siccome comprendeva che non c'era più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro.
Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo.
GLI EDITORI
Fratelli Rechiedei
Milano 1870
CAPITOLO I CLELIA CAPITOLO II ATTILIO CAPITOLO III LA CONGIURA CAPITOLO IV I TRECENTO CAPITOLO V L'INFANTICIDIO CAPITOLO VI L'ARRESTO CAPITOLO VII IL LEGATO CAPITOLO VIII IL MENDICO CAPITOLO IX LA LIBERAZIONE CAPITOLO X L'ORFANA CAPITOLO XI IL RICOVERO CAPITOLO XII LA SUPPLICA CAPITOLO XIII LA BELLA STRANIERA CAPITOLO XIV SICCIO CAPITOLO XV IL PALAZZO CORSINI CAPITOLO XVI LA TRIADE CAPITOLO XVII LA GIUSTIZIA CAPITOLO XVIII L'ESILIO CAPITOLO XIX LE TERME DI CARACALLA CAPITOLO XX ALLE TERME CAPITOLO XXI IL TRADITORE CAPITOLO XXII LA TORTURA CAPITOLO XXIII I BRIGANTI CAPITOLO XXIV IL LIBERATORE CAPITOLO XXV LO YACHT CAPITOLO XXVI LA TEMPESTA CAPITOLO XXVII IL DESERTO CAPITOLO XXVIII LA RITIRATA CAPITOLO XXIX LA FORESTA CAPITOLO XXX IL CASTELLO CAPITOLO XXXI LA BELLA IRENE CAPITOLO XXXII GASPARO CAPITOLO XXXIII LA SCOPERTA CAPITOLO XXXIV L'ASSALTO CAPITOLO XXXV UN ACQUISTO PREZIOSO CAPITOLO XXXVI IL MIGLIORAMENTO UMANO CAPITOLO XXXVII I SOTTERRANEI CAPITOLO XXXVIII L'ANTIQUARIO CAPITOLO XXXIX L'ESERCITO ROMANO CAPITOLO XL IL MATRIMONIO CAPITOLO XLI IL BATTESIMO CAPITOLO XLII LA SOLITARIA CAPITOLO XLIII IL SOLITARIO CAPITOLO XLIV IL 30 APRILE CAPITOLO XLV LA PUGNA CAPITOLO XLVI LA QUERCIA ANTICA CAPITOLO XLVII L'ONORE DELLA BANDIERA CAPITOLO XLVIII LA CENA CAMPESTRE CAPITOLO XLIX IL PARRICIDA CAPITOLO L IMBOSCATA CAPITOLO LI L'INSEGUIMENTO CAPITOLO LII LA PEREGRINAZIONE CAPITOLO LIII VENEZIA CAPITOLO LIV ROMA IN VENEZIA CAPITOLO LV IL GOVERNO RIPARATORE CAPITOLO LVI DECRETO DI MORTE CAPITOLO LVII MORTE AI PRETI CAPITOLO LVIII IL PRINCIPE T…. CAPITOLO LIX IL DUELLO CAPITOLO LX ROMA CAPITOLO LXI VENEZIA ED IL BUCCINTORO CAPITOLO LXII LA SEPOLTURA CAPITOLO LXIII IL RACCONTO CAPITOLO LXIV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO XLV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO LXVI SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO LXVII SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO LXVIII PREDICAZIONE DEL SOLITARIO CAPITOLO LXIX CAIROLI COI SETTANTA COMPAGNI CAPITOLO LXX CUCCHI E COMPAGNI CAPITOLO LXXI LE TRE EROINE CAPITOLO LXXII I MONTIGIANI CAPITOLO LXXIII CORRUZIONE DELLE GENTI CAPITOLO LXXIV IL ROVESCIO CAPITOLO LXXV ULTIMA CATASTROFE CAPITOLO LXXVI IL SOTTERRANEO
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APPENDICE GLI ULTIMI EPISODI DEI VOLONTARI FATTI ISTORICI ACQUAPENDENTE—MONTE LIBRETTI—VEROLA—MONTEROTONDO—MENTANA RIEPILOGO IL PANDEMONIO I DUE TRADIMENTI
PREFAZIONE
Indice
1. Ricordare all'Italia tutti quei valorosi che lasciaron la vita sui campi di battaglia per essa. Perché se molti sono conosciuti, e forse i più cospicui, molti tuttavia sono ignorati. A ciò mi accinsi come dovere sacro.
2. Trattenermi colla gioventù Italiana sui fatti da lei compiuti e sul debito sacrosanto di compire il resto accennando colla coscienza del vero le turpitudini ed i tradimenti dei governi e dei preti.
3. Infine campare un po' anche col mio guadagno.
Ecco i motivi che mi spinsero a farla da letterato, in una lacuna lasciatami dalle circostanze, in cui ho creduto meglio: far niente, che far male.
Ne' miei scritti, quasi esclusivamente parlerò dei morti. Dei vivi meno che mi sia possibile, attenendomi al vecchio adagio(1): gli uomini si giudicano bene dopo morti.
(1) Proverbio, detto.
Stanco della realtà della vita, io stesso ho creduto bene di adottare il genere, romanzo storico.
Di ciò che appartiene alla storia, credo essere stato interprete fedele, almeno quanto sia possibile d'esserlo poiché particolarmente negli avvenimenti di guerra, si sa, quanto sia difficile il poterli narrare con esattezza.
Circa alla parte romantica, se non fosse adorna della storica, in cui mi credo competente, e dal merito di svelare i vizi e le nefandezze del pretismo, io non avrei tediato il pubblico, nel secolo in cui scrivono romanzi i Manzoni, i Guerrazzi ed i Victor Hugo.
GIUSEPPE GARIBALDI
CAPITOLO I
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CLELIA
Come era bella la perla del Trastevere!
Le treccie brune, foltissime; e gli occhi! il loro lampo colpiva come folgore chi ardiva affissarla. A sedici anni il suo portamento era maestoso come quello di una matrona antica. Oh! Raffaello in Clelia avrebbe trovato tutte le grazie dell'ideale sua fanciulla colla virile robustezza dell'omonima eroina(2) che si precipita nel Tevere per fuggire dal Campo di Porsenna.
(2) La Clelia Romana del tempo di Porsenna.
Oh sì! era pur bella Clelia! E chi poteva contemplarla senza sentirsi ardere nell'anima la viva fiamma che usciva dalle sue luci?
Ma le Eminenze? Codeste serpi della città santa, i cui cagnotti con ogni più vile arte di corruzione cercavan pascolo alle libidini dei padroni, non sapevan forse che tale tesoro viveva nel recinto di Roma? Lo sapevano. E una fra l'altre agognava da qualche tempo a far sua quella bellezza che discendeva dai Vecchi Quiriti(3).
(3) I trasteverini si credono pura stirpe degli antichi Romani.
"Va Gianni, (diceva un giorno il cardinale Procopio, factotum e favorito di Sua Santità) vanne e m'acquista quella gemma a qualunque costo. Io non posso più vivere se la Clelia non è mia. Essa sola può alleviare le mie noie e bearmi la stupida esistenza che trascino al fianco di quel vecchio imbecille"(4).
(4) Pio IX (N.d.c.).
E Gianni, strisciando sino a terra il suo muso di volpe, colla laconica risposta di "sì Eminenza" moveva senz'altro all'infame missione.
Ma su Clelia vegliava Attilio, suo compagno d'infanzia, ventenne, robusto artista, il coraggioso rappresentante della gioventù romana, non della gioventù effeminata data alle dissipazioni, piegata al servaggio, ma di quella da cui usciva un giorno il nerbo di quelle legioni, davanti alle quali la falange macedone indietreggiava.
Attilio, chiamato da' compagni di studio l'Antinoo Romano(5), per la bellezza delle sue forme, amava la Clelia di quell'amore per cui i rischi della vita sono giuochi, il pericolo della morte, una ventura.
(5) Antinoo, giovine di celebre bellezza favorito dell'Imperatore Adriano
Nella via che dalla Lungara ascende al monte Gianicolo, non lungi dalla fontana di Montorio, era posta la dimora di Clelia. La sua famiglia era di artisti in marmo, professione la quale permette in Roma una certa vita indipendente, se pure indipendenza può esistere, ove padroneggiano preti.
Il padre di Clelia, già prossimo alla cinquantina, era uomo di costituzione robusta, serbata nel suo vigore da una vita laboriosa e sobria. La madre era pure di sana complessione, ma delicata. Essa aveva un cuore d'angiolo e faceva le delizie della sua famiglia non solo, ma era adorata da tutti i vicini.
Si diceva che Clelia accoppiava alle sembianze angeliche della mamma la robusta e maestosa dignità del padre. Si sapeva che in quella santa famiglia tutti si adoravano.
Ora intorno a questa beatitudine si aggirava il vile mandatario del prelato nella sera dell'8 febbraio 1866.
Gianni si era già presentato sulla soglia dell'onesto discepolo di Fidia(6) che non se n'era accorto, perché si trovava con le spalle voltate; ma vedendo ch'egli avea certe braccia abbronzate e nerborute si sentì preso da un brivido tale che involontariamente indietreggiò sino all'altro lembo della via. Pareva già all'emissario di sentirsi piovere addosso una sfuriata di pugni o di bastonate.
(6) Celeber.
Se non che l'artista si rivolse verso la porta e dimostrando, sulla sua fisionomia virile, cert'aria di benevolenza, il malandrino si sentì rinfrancare e fattosi ardito si presentò nuovamente sulla soglia dello studio.
"Buona sera, sor Manlio", principiò con voce di falsetto il mal capitato messo. "Buona sera" rispose l'artista; ed esaminando uno scalpello che aveva tra le mani poco badava alla presenza di un individuo ch'ei conosceva appartenere a quella numerosa schiera di servi prostituti, che il prete ha sostituito in Roma alla maschia schiatta dei Quiriti.
"Buona sera", ripeteva Gianni con voce sommessa e timida e vedendo che finalmente l'altro alzava gli occhi verso lui: "Sua Eminenza il cardinale Procopio,—proseguì,—m'incarica di dire a V. S. che egli desidera avere due statuette di santi per adornare l'entrata del suo oratorio".
"E di qual grandezza vuole S. E. le statuette?" rispose Manlio.
"Io credo sia meglio che V. S. venga in palazzo per intendersi con l'E. S.".
Un torcer di bocca del bravo artista fu chiaro indizio che la proposta gli andava poco a sangue, ma come si può vivere in Roma senza dipendere dai preti?
Tra le malizie gesuitiche dei tonsurati vi è pur quella di fingersi protettori delle belle arti e così hanno fatto che i maggiori ingegni d'Italia prendessero a soggetto dei loro capolavori le favole pretesche, consacrandole per tal guisa al rispetto ed all'ammirazione delle moltitudini.
Torcer la bocca non è una negativa, e veramente bisognava vivere e mantenere decentemente due creature, la moglie e la figlia, per le quali Manlio avrebbe dato la vita cento volte. "Andrò" rispose seccamente dopo qualche momento di riflessione. E Gianni con un profondo saluto si accomiatò.
"Il primo passo è fatto", mormorò tra sé il mercurio dell'eminentissimo; "ora è d'uopo cercare un posto di osservazione e di rifugio per Cencio". Il quale Cencio, affinchè il lettore lo sappia, era il subordinato di Gianni, a cui il cardinale Procopio affidava la seconda parte in così fatte imprese.
Gianni si affaccendava ora a trovare per Cencio una stanza qualsiasi d'affitto in vista dello studio di Manlio. Il che gli venne fatto facilmente. In quella parte della capitale del mondo l'affluenza delle genti non è mai strabocchevole, poiché i preti, che curano tanto per sé il bene materiale, non pensano, rispetto agli altri, che al bene spirituale. Ora il secolo è un po' positivo, bada al tanto per cento più che alla gloria del paradiso, ed è per questo che Roma, per mancanza d'industria e commerci rimane squallida e scarsa d'abitatori(7)
(7) Roma ch'ebbe in passato due milioni di abitanti, ne conta ora appena 210 mila.
Gianni adunque dopo di avere preso a fitto una stanza, come dicemmo, se ne tornava a casa cantarellando e colla coscienza tutt'altro che aggravata, sicuro com'era dell'assoluzione che i preti non negano mai alle ribalderie commesse in servizio loro.
CAPITOLO II
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ATTILIO
Di faccia allo studio di Manlio ve n'era un altro, quello dove lavorava Attilio. Dalle sue finestre questi aveva potuto vedere la Clelia; appunto così s'era acceso per lei di altissimo affetto.
Clelia vinceva di beltà le più leggiadre donzelle di Roma, e forse era altera e non vaga di amori, ma quando occhio di donna s'era fiso per una volta sola nell'occhio del nostro Attilio ed aveva osservato la sua bella persona, per duro e cinto di triplice acciaio che fosse il cuore di lei, doveva commuoversi di ammirazione e di simpatia.
Un lampo dell'occhio scambiatosi da que' due era bastato a fissare il loro destino per tutta la vita.
Ora Attilio, avendo il suo santuario davanti allo studio ov'egli passava quasi intera la giornata, molte volte fissava lo sguardo ad una finestra del primo piano ove Clelia lavorava colla madre, e donde la luce elettrica dell'occhio suo incontravasi quasi di concerto con quella del suo prediletto.
Attilio quella sera aveva osservato il barcheggiare dello scherano, lo aveva riconosciuto per manutengolo di qualche pezzo grosso, e l'occhio suo penetrante, dallo indietreggiare, dalla titubanza e dall'irresoluto contegno di lui, istintivamente aveva augurato(8) male per la sorte della bella fanciulla. Imperocché i pochi eletti della popolazione romana sanno ciò che si possa aspettare dai settantadue(9) tanto più corrotti e lascivi quanto più son ricchi e potenti non mirano alla bellezza ed all'innocenza che per profanarle.
(8) Preveduto (N.d.C.) (9) I 72 Cardinali son chiamati cosi dal popolo di Roma
Non aveva Gianni fatto ancora cento passi all'ingiù verso la Lungara che il nostro amico già si trovava sulle sue peste seguendolo con aria sbadata come chi nulla avendo da fare si ferma a contemplare tutte le curosità che scopre sul davanti delle botteghe e sui frontespizi dei templi e dei monumenti, di cui ad ogni passo è ornata la meravigliosa metropoli del mondo.
E lo seguiva Attilio col presentimento di seguire un ribaldo, uno stromento d'infamia la cui meta fosse quella di rovinare la sua donna. Lo seguiva, Attilio, tastando il manico di un pugnale che teneva nascosto in seno.
Vedi presentimento! L'aspetto di uno sconosciuto veduto per la prima volta e per un solo istante, di uno sconosciuto volgare, aveva svegliato in quell'anima di fuoco una sete di sangue, in cui si sarebbe bagnato con voluttà da cannibale.
E ritastava il pugnale: arma proibita, arma italiana che lo straniero condanna, come se la baionetta o la scimitarra bagnate da lui tante volte nel sangue innocente, siano armi più nobili d'un pugnale immerso nel petto d'un assassino o confitto in quello d'un tiranno.
Gianni fu veduto da Attilio entrare nella casa ov'egli contrattava la stanza per Cencio, e quindi fu visto avviarsi e penetrare nel vestibolo del superbo palazzo Corsini, ove abitava il suo padrone.
"È dunque Don Procopio l'uomo" disse tra se il nostro eroe, Don Procopio il favorito ed il più dissoluto della caterva dei masnadieri principi di Roma; e andò innanzi immerso nelle sue riflessioni.