Buch lesen: "Leopardi"

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Federico De Roberto

Leopardi


Pubblicato da Good Press, 2021

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EAN 4064066069254

Indice

AVVERTIMENTO.

L'INDOLE

I. IL SENTIMENTO POETICO.

II. LO SPIRITO FILOSOFICO.

L'EDUCAZIONE

CLASSICISMO E ROMANTICISMO.

L'ESPERIENZA

I. LA SALUTE.

II. L'AMORE.

III. LA FAMIGLIA.

IV. LA PATRIA.

V. LA GLORIA.

IL PESSIMISMO

I. L'ILLUSIONE.

II. LA MISANTROPIA.

III. LO SCETTICISMO.

IV. LA MORTE.

L'IRONIA.

EPILOGO

AVVERTIMENTO.

Indice

Il presente libriccino fu composto prima della ricorrenza del Centenario leopardiano e vide la luce durante quella memorabile celebrazione, cioè mentre l'immensa miniera dello Zibaldone, per mezzo secolo rimasta ignorata o inaccessibile, si veniva appena schiudendo. Dopo che fu tutta aperta ed in ogni senso percorsa, l'autore di questo breve studio credette suo debito tener conto dei nuovi preziosissimi materiali per una futura nuova edizione del suo lavoretto, e si accinse infatti all'opera; sennonchè fu ben presto costretto a riconoscere che per giovarsi quanto era necessario dei sette volumi dei Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura non bastava ritoccare le pagine che egli aveva scritte, ma bisognava rifarsi dal primo principio e comporre un altro libro, se non di diverso disegno, certamente di più largo respiro.

Poichè non gli è finora riuscito di portarlo a compimento, e propriamente dispera che gli riesca mai più, egli non ha saputo che cosa fare del suo primo saggio: se lasciarlo, cioè, esaurito, come è da tanto tempo, o ripubblicarlo tale e quale. A questo secondo consiglio si apprende oggi, confortato dal giudizio del quale volle onorarlo, ventitrè anni addietro, il Maestro dei maestri. La lettera di Giosue Carducci qui riprodotta sarà la migliore giustificazione della presente ristampa, come fu ed è il massimo premio che l'autore potesse mai ripromettersi.

28 giugno 1921.


Bol. 18 l. 1898

Caro signore,

Grazie del libro. Mi pare una enciclopedia del pensiero e del sentimento leopardiano di fonte, condotta con metodo esatto e fedele, molto buona e utile.

Può addomesticare, e lo spero e l'auguro, la gente, sempre e per lo più grossolana e pregiudicata e declamatrice, alla cognizione della imagine del poeta e pensatore.

La saluto.

Giosue Carducci

L'INDOLE

Indice

I. IL SENTIMENTO POETICO.

Indice

Fanciullo di otto anni, per divertire i suoi fratellini, Giacomo Leopardi inventava fiabe e novelle, alcune delle quali duravano più giorni come romanzi; una specialmente, piena di strane e fantastiche avventure improvvisate secondo che l'azione si veniva svolgendo, durò più settimane. I personaggi erano però tolti dal vero: il conte Monaldo suo padre si chiamava Asmodante, Lelio il fratello Carlo, il brillante eroe Filzero era lo stesso narratore. Egli sapeva trasfondere tanta vita in questi tipi, che tre quarti di secolo più tardi il conte Carlo, udendo qualche tratto di spirito, esclamava: “Questa è filzerica!....„ A dieci anni, Giacomo cominciò a comporre i suoi primi libri. Nel 1810, a dodici anni, scrisse al padre scusandosi di non potergli nulla offrire in occasione delle feste: “Crescendo l'età crebbe l'audacia, ma non crebbe il tempo dell'applicazione. Ardii intraprendere opere più vaste, ma il breve spazio, che mi è dato di occupare nello studio, fece che laddove altra volta compiva i miei libercoli nella estensione di un mese, ora per condurli a termine ho d'uopo di anni.„ Le sue composizioni di quel tempo sono tragedie, poemetti, cantiche sacre e profane: il Pompeo in Egitto, il Catone in Africa, le Notti puniche, il Balaamo.

Questo ingegno straordinariamente precoce comincia dunque a dar prova di fervida immaginazione. Il giovanetto ben presto si dà tutto agli studi severi delle lingue e delle letterature antiche; sembra allora che questa sua dote debba restare inutile, che questo lume interiore debba spegnersi: in luogo d'inventare egli traduce; in luogo d'esprimere idee proprie, ricerca, raccoglie, discute quelle degli altri. Tuttavia, quando pare che la sua facoltà immaginativa sia isterilita sotto la polvere dei vecchi libri, fra le grammatiche, fra i dizionarii greci ed ebraici, dà ancora prova di forza. Il Creuzer trova nel suo lavoro sul Porfirio “plus d'effervescence juvénile et d'imagination que de maturité d'esprit.„ Studiando filologia, trattando di ingrate quistioni etimologiche, egli segue una “ispirazione indovinatoria„ e “quella certezza intima che per quanto non si possa trasfondere facilmente in altri, con tutto questo è fortissima e nasce da una gagliarda apprensione di certe probabilità, la quale ci farebbe giurare che la cosa sta così, nonostante che non se ne possa portare alcuna prova irrepugnabile.„ Nell'immenso cimitero dell'antichità egli rimescola le ceneri dei grandi morti, interroga le lapidi, decifra i nomi; ma quante volte lo stesso nome è cancellato! Tra il cielo della gloria e le profondità dell'oblio sembra che vi sia un luogo dubbio come il limbo cristiano: chi furono Elio Aristide, Dione, Crisostomo, Cornelio, Frontone? Nulla, quasi nulla si conosce della loro vita; il loro pensiero è perito, è disperso. Ed ecco l'erudito adolescente attendere, con le poche e incerte notizie che i suoi libri glie ne danno, a ricostruire la loro vita, a rifare le loro opere. La sola idea d'un simile lavoro non prova il fervore d'una immaginazione che, per poco costretta nell'aridità degli studi filologici e storici, troverà più tardi altri campi dove spaziare? Fantasia ed erudizione si danno ancora meglio la mano quando, “innamorato della poesia greca„, egli tenta un'impresa simile a quella di Michelangelo, “che sotterrò il suo Cupido, e a chi dissotterrato lo credeva d'antico portò il braccio mancante„: grazie alla sua scienza dell'antichità ellenica compone un Inno a Nettuno che finge d'aver tradotto dal greco, e che greco fu veramente stimato; ma l'opera sua è originale, è dovuta alla nativa facoltà creatrice, ravvivatrice, animatrice. Simonide celebrò il successo delle Termopili, e il suo canto andò perduto: il Leopardi, commiserando il destino di quegli Italiani che morivano in guerra per una causa non propria, ricorda i Trecento caduti sul colle d'Antelo e procura “rappresentarsi alla mente le disposizioni dell'animo del loro poeta in quel tempo„, e così rifarne il canto. Dalle sue stesse parole noi vediamo di che specie sia la facoltà immaginativa dello scrittore. Essa non si esercita tanto sulle cose quanto intorno ai sentimenti, non gli suggerisce tanto forme quanto idee. Per questo suo speciale carattere si può antivedere che l'immaginazione del Leopardi sarà associata con la facoltà di pensare e di riflettere; ma essa naturalmente dipende da quella di sentire e di commuoversi. Come mai il fanciullo sarebbe capace di creare tanti tipi e d'inventare così belle favole, se le figure e gli atti delle persone reali non avessero lasciato profonde impressioni dentro di lui? Come mai il giovanetto darebbe vita a tanti eroi, a tanti fantasmi, se egli stesso non vivesse intensamente?

La sensibilità del Leopardi è infatti grande e precoce quanto la sua immaginazione: bambino di quattro anni e mezzo, dinanzi al cadavere di un fratellino scoppia in un pianto così dirotto che il padre ne è maravigliato ed esprime questa maraviglia in un suo Diario. Misurare la capacità degli organi dei sensi di un morto, sulla fede dei suoi scritti, contando gli aggettivi da lui adoperati, interpretando il valore delle sue espressioni, è malagevole tanto, che gli scienziati i quali hanno tentato questo lavoro intorno al Leopardi non sono venuti a conclusioni concordi. Certo è che lo sviluppo fisico e morale del Recanatese fu anticipato di quattro o cinque anni e che la sua salute si rovinò irreparabilmente. Narreremo più tardi la storia dei suoi mali; questo è il luogo di notarne il principale: un disordine nervoso, una irritabilità sensoria, una disposizione a risentire intensamente, fino allo spasimo, tutte le impressioni del mondo esterno. Le impressioni grate sono in lui più forti che negli altri uomini; ma le dolorose sono più forti e più frequenti: sono continue. I suoi occhi non possono sostenere la luce del sole e spesso neppur quella delle candele; il suo udito è letteralmente ferito dai rumori; la sua cute non resiste nè al freddo nè al caldo. Moralmente noi troviamo in lui la stessa esagerazione. Egli si commuove al sorriso dei campi, al canto degli uccelli, al raggio della luna; una sera “prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo un'aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato....„ Nel commercio degli uomini le cerimonie sono per lui “sciagurate„ perchè “ci tolgono e difficultano una delle massime consolazioni che ci sieno concesse in questa misera vita, voglio dire quella del manifestarsi e diffondersi i cuori sensitivi gli uni negli altri.„ Tutto quello che impedisce l'espressione vera del cuore gli riesce odioso: egli ha sempre avuto ed avrà sempre bisogno “della comunicazione del cuore e dei sentimenti.„ Nulla al mondo è per lui desiderabile “se non i diletti del cuore e la contemplazione della bellezza.„ Alla bellezza poetica è sensibile in modo che i parenti, per richiamare la sua attenzione quando lo vedono assorto, usano citare ad alta voce qualche verso di Virgilio, d'Orazio, del Petrarca: allora egli si scuote e si desta. La viva ed animata bellezza è a lui fonte “inenarrabile„ di pensieri e sentimenti “eccelsi ed immensi„, e segno e sicura speranza “di fati sovrumani, di fortunati regni ed aurei mondi.„ La bellezza di Aspasia gli appare qual “raggio divino„:

simile effetto

Fan la bellezza e i musicali accordi

Ch'alto mistero d'ignorati Elisi

Paion sovente rivelar.

E se i rumori lo feriscono, la musica è una delle sue grandi passioni, “e dev'esserlo di tutte le anime capaci d'entusiasmo.„ Egli grida al fratello: “Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita.„ E quando la sorella gli scrive con la sua “consueta sensibilità„, egli ne resta consolato in più modi: “perchè mostri di volermi tanto bene, perchè mi persuadi che la sensibilità si trova al mondo, perchè risvegli la mia non verso te in particolare, ma verso tutto l'universo„. L'amor fraterno è in lui un “amor di sogno„; pensando al fratello suo spesso egli piange di tenerezza. Vedremo più tardi altre prove della forza di questo suo sentimento; vedremo ancora sino a qual grado saliranno in lui i sentimenti dell'amore e dell'amor proprio e dell'amor patrio: osserviamo per ora qualche altro segno della sua acuta sensibilità morale. La sua corrispondenza epistolare col Giordani pare quella d'un innamorato. Aspettando la visita dell'amico, egli crede che resterà qualche giorno senza dirgli niente, “per non sapere da che cominciare. Non sarà poco se vi darò spazio di mangiare e di dormire.„ E visto che l'avrà, potrà dire “che non tutti quei desideri più focosi ch'io ho sentito in mia vita sono stati vani.„ Dovendo immaginare qualche cosa di sua grande allegrezza, non crede che ne proverebbe una maggiore di quella che il diletto amico gli reca dandogli buone notizie della sua salute. E se manca di sue notizie cade in una “ansietà spaventosa„ e scrive al Mai una lettera piena d'angoscia. Rivolgendosi direttamente al pigro corrispondente, gli dice: “Ho pensato di voi quelle più acerbe cose che si possono pensare di persona più cara che la vita propria. Ho provato strette di cuore così dolorose, che altre tali non mi ricordo di aver mai provato in vita mia.„ Nè si lagna tanto del silenzio dell'amico quanto della propria esagerazione: “di questo amor mio che le cose più ordinarie e naturali se le figura stranissime e miracolose„: dove noi possiamo vedere come gli eccessi della sensibilità determinano gli eccessi dell'immaginazione. Questo medesimo rapporto fra i sentimenti e le immagini troviamo espresso in un altro luogo dove egli parla del fratello Carlo: lasciando Recanati nel 1822 egli sa che Carlo resta in angustie; da Roma gli scrive: “Questo pensiero mi pungeva infinitamente quel primo giorno ch'io ti lasciai e che io mi dipingeva alla fantasia tutto il nero, tutto il freddo, tutto il morto dell'abbandono in cui ti trovavi.„

Sin da questo momento è da prevedere che un uomo così fatto non sarà felice. Con tanta esasperazione della sensibilità fisica e morale, con tanta esorbitanza dell'immaginazione, i suoi spasimi saranno ineffabili. Certo, anche le sue gioie saranno più intense che non quelle degli uomini comuni; ma i dolori saranno più copiosi, e le stesse gioie gli riusciranno spesso intollerabili. Guardate, per esempio: agli uomini medii la speranza suol essere una grata consolatrice: in lui diventa “passione turbolentissima.„ Egli non si maraviglia che la speranza travagli “assai più della disperazione e del dolore„ la sorella Paolina, tanto simile a lui moralmente. Sperando con tutte le sue forze, temendo che la cosa tanto sperata non succeda, egli giudica che la disperazione e lo stesso dolore sono “più sopportabili della speranza.„ Quando gli accade qualche cosa che non ha previsto, egli l'apprezza esattamente; ma che cosa non prevede un'immaginazione fervida come la sua? Essa gli anticipa le impressioni della vita, le eccita in lui prima che gli avvenimenti reali si producano; e la sua sensibilità smodata si mette a vibrare dinanzi a questi fantasmi, dinanzi a queste vanità, come dinanzi alle cose. Quando sopraggiungono le impressioni reali, esse gli sembrano scialbe ed insipide. Pertanto egli giudica scarsi il piacere e la bellezza nel mondo, e la fantasia gli pare preferibile alla realtà. Allora egli non trova altro porto “che quello dei fantasmi e delle immaginazioni„, e non solo disprezza la realtà, ma la nega, la considera “un nulla„, ed afferma che solo le “care illusioni„ sono cose consistenti. Così egli ragiona al rovescio degli uomini comuni, ed all'invertito ragionamento corrisponde un sentimento d'orgoglio: perchè l'anima sua, capace di creare le sole cose belle e vere, sarà diversa dalle altre, anzi migliore di tutte: “alta, gentile e pura„.

Basterà per il momento avere accennato a questi danni: quantunque essi non siano lievi, vediamo ora come altri se ne producano per un'altra, per una nuova ragione. Poichè egli antepone le illusioni alla realtà, non le tiene “per mere vanità, ma per cose in certo modo sostanziali, giacchè non sono capricci particolari di questo e di quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno.„ Dall'osservazione di ciò che accade in lui trae così un'affermazione generale: e certo l'identità dell'umana natura deve consentirci di estendere a tutti gli uomini ciò che è proprio ad uno di loro; ma questi uomini tanto simili sono pure tanto diversi che non se ne trovano due del tutto eguali; e il Leopardi non sarebbe singolarissimo se tutti attribuissero, come egli fa, tanta importanza alle illusioni. La capacità di considerare il mondo reale “un nulla„ e di preferirgli il mondo suscitato dalla fervida fantasia ed apprezzato dall'acuta sensibilità, è propria dei poeti: il sentimento poetico è appunto fatto di sensibilità e di fantasia. Tali doti portate dalla nascita fanno poeta il Leopardi; la loro esagerazione spiega la sua parentela con tutti gli altri poeti dolenti; ma l'indole sua si specifica perchè egli possiede un'altra dote eminente che col sentimento poetico d'ordinario non s'accorda, che anzi lo contrasta.

II. LO SPIRITO FILOSOFICO.

Indice

Tra la scienza e la poesia, tra la forza dello spirito e l'intensità del sentimento c'è d'ordinario opposizione e contrasto: gli uomini maggiormente impressionabili non sogliono essere i più riflessivi. Le due capacità si trovano tuttavia insieme unite in alcune anime che da questa unione riconoscono la loro potenza.

La facoltà che agguaglia i poeti e gli artisti agli uomini di scienza è l'immaginazione. Il Leopardi, componendo l'inno a Nettuno, ricomponendo il canto di Simonide, eccitando il Missirini a “render corpo e vita alle ossature e agli scheletri dell'antico teatro greco e romano„, fa opera simile a quella del naturalista che da alcuni frammenti fossili ricostruisce tutto l'ignoto essere vivente al quale questi appartennero. La concezione dell'ipotesi della quale lo scienziato si serve per ispiegare i fatti osservati è simile alla concezione poetica e romanzesca. La scienza delle scienze, la filosofia, è ancora più vicina alla poesia che non tutte le altre. L'importanza dell'ipotesi è senza fine maggiore in filosofia che non nelle scienze esatte: anzi, considerando i problemi massimi ed insolubili — l'origine, la natura, il fine della vita e del mondo — la filosofia riposa tutta quanta sopra ipotesi. E poichè l'ipotesi è opera di quella potenza immaginativa alla quale il poeta deve i suoi concepimenti, la parentela tra il poeta ed il filosofo è manifesta. “Abbi per cosa certa,„ dice lo stesso Leopardi, buon giudice, “che a far progressi notabili nella filosofia non bastano sottilità d'ingegno e facoltà grande di ragionare, ma si cerca eziandio molta forza immaginativa; e che il Descartes, Galileo, il Leibniz, il Newton, il Vico, in quanto all'innata disposizione dei loro ingegni, sarebbero potuti essere sommi poeti, e per lo contrario Omero, Dante, lo Shakespeare, sommi filosofi.„ Filosofia e poesia sono ancora affini per questo: che molto spesso, anzi quasi sempre si esercitano intorno allo stesso oggetto: l'anima umana: “E ben sai che egli è comune al poeta e al filosofo l'internarsi nel profondo degli animi umani, e trarre in luce le loro intime qualità e varietà, gli andamenti, i moti e i successi occulti, le cause e gli effetti dell'une e degli altri„.

Ma questa affinità, sia grande quanto si voglia, non arriva all'identità; al contrario. Un poeta può rassomigliare molto ad uno scienziato e moltissimo ad un filosofo; ciascuno ha tuttavia i suoi particolari e indelebili segni. Per la potenza dell'immaginazione essi si somigliano; ma l'immaginazione è unita con la sensibilità nel poeta, con la ragione nello scienziato e nel filosofo. Facoltà propria del filosofo è, secondo lo stesso Leopardi, quella di “penetrare coi pensieri nell'intimo delle cose„; di “sciorre e dividere le proprie idee nelle loro minime parti„; di “ragunare e stringere insieme un buon numero di esse idee„; di “contemplare con la mente in un tratto molti particolari in modo da poterne trarre uno generale„; di “seguire indefessamente coll'occhio dell'intelletto un lungo ordine di verità connesse tra loro a mano a mano„; di “scoprire le sottili e recondite congiunture che ha ciascuna verità con cento altre.„ Più brevemente: il filosofo non considera i fatti nelle loro apparenze, ma ne misura il valore, ne esprime il significato e ne discopre le leggi.

Abbiamo visto che il Leopardi, a otto anni, è novellatore e poeta; ancora adolescente, quando gli altri non hanno finito di apprendere le lingue egli è maestro di filologia. L'opera sua è di vero scienziato: le sue emendazioni dei testi, le sue illustrazioni, i suoi commentarii, tutto il suo minuto ed acuto lavoro di critica, se è aiutato dall'intuito, dal “tatto quasi divinatorio„ del quale parla suo fratello Carlo, è pur dovuto principalmente alla potenza riflessiva della sua mente. Ma egli non si può contentare di questo esercizio; mira a più vasti orizzonti: dalle regole grammaticali passa alle leggi dell'anima. Già vedemmo come, osservata in sè stesso la preminenza delle illusioni e considerato che la natura umana è essenzialmente una, egli estende a tutti gli uomini quel che gli è proprio. Vediamo qualche altro esempio di questa sua attitudine ad astrarre e generalizzare. Un giorno, rivolgendosi ad un maestro perchè riveda l'opera sua, egli prova un senso di rimorso nel distoglierlo da altre occupazioni: il bisogno dei consigli e la paura di essere indiscreto vengono in contrasto; l'interesse proprio trionfa; dall'osservazione di questo fatto egli ricava una sentenza: “Veggo bene che io usurpo momenti che dovrebbero essere sacri a tutta la repubblica delle lettere „, scrive al Mai, “svolgendola da occupazioni utili all'universale letteratura, e ne ho rimorso; ma che debbo dirle? L'amor proprio è assai potente, e fa che si desideri per sè solo quello che si dovrebbe impiegare per il bene di tutti....„ Quando noi ci troviamo soli in un'opinione anche vera sprezziamo l'altrui opposizione; pure il dubbio di essere in inganno può tormentarci e una secreta voce dirci che l'ostinazione ci fuorvia; se noi non siamo filosofi ci ostiniamo o dubitiamo senz'altro; un pensatore come il Leopardi formula una legge della quale misura l'estensione: “Certo quel trovarsi solo in una sentenza vera fa paura, e a noi medesimi spesso la costanza pare caponaggine, la noncuranza degli sciocchi giudizi, superbia, il credere d'intenderla meglio degli altri, presunzione.„ Ancora: ripensando ad un nostro piacere passato, noi possiamo sentire che esso non fu tanto grande quanto poteva essere, e rammaricarcene; il Leopardi, in una condizione simile, esprime una verità: il pentimento di non aver goduto appieno, dice, ci grava l'anima

e il piacer che passò cangia in veleno.

Non occorre moltiplicare gli esempii. Il risultato è che in età quasi fanciullesca egli ha già “certezza e squisitezza di giudizio sopra le grandi verità non insegnate agli altri se non dall'esperienza, cognizione quasi intera del mondo e di sè stesso.„

Ma quest'abito filosofico così presto contratto grazie alla capacità indagatrice della mente, ostacola gli slanci del poeta. Guidati dalla comune potenza immaginativa, poeta e filosofo procedono per vie parallele; essi divergono obbedendo all'impulso particolare della loro natura. Il poeta vuol sentire: il filosofo vuol ragionare. La singolare capacità del poeta è di apprezzare le cose che l'immaginazione gli pone dinanzi: di vibrare, di fremere, di gioire, di spasimare; la singolare capacità del filosofo è quella di spiegare le cose che l'immaginazione gli rappresenta: di paragonare, di dedurre, di astrarre, di intendere. Certo, non è possibile al poeta sentire senza giudicare; nè al filosofo giudicare senza sentire; ciò spiega ancora la loro affinità; ma come il giudizio del poeta, se pure è esatto, si altera perchè egli obbedisce troppo alle simpatie, alle antipatie, e in generale alle passioni; così il sentimento del filosofo, se pure è schietto, si altera perchè egli troppo lo indaga ed esamina.

Immaginate che il cielo a un tratto si oscuri, che il vento, la pioggia, la folgore muovano guerra alla terra ed alle sue creature. La tempesta le rende fredde, tacite, smorte. Torni la quiete, si sgombri il cielo, riapparisca chiaro il fiume giù nella valle: ogni cuore si rallegra, da ogni parte la vita riprende con nuovo ardore il suo corso. Il poeta che si è sentito opprimere come tutti gli altri durante la bufera, dovrebbe come tutti gli altri gustare la letizia del sereno; ma se questo poeta si chiama Giacomo Leopardi, il filosofo che c'è in lui non si abbandona al piacere del momento: come il chimico che saggia e scompone i corpi per conoscerne la natura, così il filosofo saggia e scompone i sentimenti. Egli ragiona così: “Prima che scoppiasse la tempesta il cielo era chiaro, l'aria era quieta, il sole splendeva; ma chi godeva di queste cose? Non solamente pochi ne godevano, ma quasi passavano inosservate dai più. Ora, sì, ne godiamo tutti; perchè? Che cosa è avvenuto? È avvenuto questo: che le perdemmo per un momento. Dallo stato d'indifferenza nel quale eravamo prima, passammo a uno stato di paura e d'angoscia. Il nostro piacere d'ora che cosa è dunque? È una cosa negativa, è la fine del dolore sopravvenuto.„ Ed egli scrive la Quiete dopo la tempesta, che è tutt'insieme una poesia squisita ed una pagina di filosofia; ma dove se ne è andata la sua sensazione piacevole? È finita; è stata dispersa dal ragionamento che l'ha trovata tutta relativa e fallace.

L'esempio è significante. Il Leopardi è un poeta sensibilissimo, ma c'è anche in lui un freddo speculatore; e appunto per questa complessità della sua mente egli è molto più infelice che non sarebbe se fosse soltanto poeta troppo vibrante. Naturalmente la capacità di pensare viene dopo quella di sentire. Noi tutti cominciamo a sentire appena dischiusi gli occhi alla luce; l'intelletto lavora più tardi. Il Leopardi vive pertanto, nei primissimi tempi, al modo poetico, sentendo, vibrando, illudendosi; se questa sua capacità non fosse grandissima, il pensiero, la ragione, cominciando ad operare più tardi, forse ne trionferebbe; e se la capacità di pensare non fosse in lui massima, forse trionferebbe il sentimento: il suo strazio per questo è ineffabile: perchè dentro di lui si urtano e lottano due anime diverse di tempra, ma egualmente gagliarde. Uditelo lagnarsi col Giordani dei danni che ha prodotti in lui la ragione: “Vi vedo molto malinconico e potete credere che non so come consolarvi, se non pregandovi a concedere qualche cosa alle illusioni che vengono, sostanzialmente dalla natura benefattrice universale, dove la ragione è la carnefice del genere umano, e una fiaccola che deve illuminare, ma non incendiare, come pur troppo fa....„ Come pur troppo ha fatto in lui e nei suoi pari, sarebbe più giusto dire. Ma il suo spirito non è così fatto da cercare nei casi particolari ciò che è generale, da estendere a tutta la natura umana ciò che è proprio di alcuni uomini?

E tutta la storia della sua vita morale è piena dei dolori prodotti dal dissidio tra il sentimento e lo spirito, tra la fantasia e la ragione.

A noi ti vieta

Il vero appena è giunto,

O caro immaginar....

Il pensiero lo fa soffrire, la verità nuda gli incute paura, la visione poetica dell'esistenza gli è parsa solo amabile; più tardi “ogni cosa che sa di affettuoso e di eloquente mi annoia, mi sa di scherzo e di fanciullaggine ridicola. Non cerco altro fuorchè il vero, che ho già tanto odiato e detestato.„ E se la verità alla quale egli perviene non gli è grata, tuttavia la soddisfazione di trovarla è dilettosa; ma perchè questo diletto sia possibile bisogna che “l'ultima scintilla„ si spenga nel suo cuore; finchè il cuore ardeva egli non la poteva comprendere; la ragione e la fantasia erano incompatibili. Questa incompatibilità è l'origine delle sue contraddizioni. Giudicato, per la sua natura troppo poeticamente immaginosa, che le illusioni e le speranze sono le cose più amabili, egli asserisce che la fantasia è la sola fonte di felicità in questa vita; ma l'asserzione è dovuta al filosofo, la legge è formulata dal filosofo; e questo filosofo non può assegnare una parte secondaria alla ragione sulla quale è poggiata la sua filosofia; quindi un urto continuo. Ed egli sa qual danno derivi “dal voler troppo far uso della ragione„ — della ragione che gli fa riconoscere “tutta la verità„ intorno ai funesti effetti della fantasia....

In tanto contrasto, che cosa accade di un'altra facoltà dell'anima, d'una facoltà necessaria a vivere in mezzo agli uomini: della volontà? Sentire, immaginare, ragionare, sono cose belle e buone; ma bisogna anche volere ed agire. Nelle crisi continue prodotte dall'intimo dissidio dell'imperiosa ragione e della fantasia smodata, Giacomo Leopardi perde la capacità di operare. Per un tempo troppo breve, prima che egli immagini e quando ancora non indaga, è attivo e prepotente: fanciullo, nelle finte battaglie romane, a lui debbono toccare le più belle parti; dietro al suo carro di trionfatore si debbono trascinare i fratellini in atteggiamento di schiavi. La volontà dà ancora prova di tenacia quando egli studia per lunghi anni, eroicamente, da mattina a sera, finchè la lucerna dà gli ultimi guizzi; quando apprende senza maestro il greco e l'ebraico; quando non resta in ozio neppure per aspettare che l'inchiostro della fresca scrittura si asciughi, ed impiega questi minuti a leggere grammatiche spagnuole ed inglesi; ma già la volontà sua non è più quella che rende capaci di agire. Studiare è un altro modo di pensare, è la condizione necessaria per avere di che ragionare: l'energia, la forza di muoversi, di lottare, scema a poco a poco e si disperde. Egli è andato troppo dietro alle finzioni; ha troppo disperso la sua capacità vitale vivendo in un mondo immaginario. Se vuole operare, se vuole esercitare la sua sensibilità avida e ingorda nel mondo reale, la forza stessa dell'attività interiore gli è d'impaccio. Egli non sa come fare, da qual parte cominciare. “Il embrasse tout, il voudrait toujours être rempli; cependant tous les objets lui échappent, précisément parce qu'ils sont plus petits que sa capacité. Il exige même de ses moindres actions, de ses paroles, de ses gestes, de ses mouvements, plus de grâce et de perfection qu'il n'est possible à l'homme d'atteindre. Ainsi, ne pouvant jamais être content de soi-même, ni cesser de s'examiner, et se défiant toujours de ses propres forces, il ne sait pas faire ce que font tous les autres.„ Egli descrive con mano maestra questa impotenza per averla studiata direttamente in sè stesso. Quando si lamenta del pensiero, quando dice che il pensiero lo cruccia e lo martora, che è il suo carnefice e il suo distruttore “per questo solo che m'ha avuto sempre e m'ha interamente in sua balìa„, egli significa l'impotenza dolorosa alla quale è condannato, contro sua voglia, “senza alcun desiderio„, anzi col desiderio opposto, di muoversi, di operare, di vivere attivamente. Questa impotenza gli è tanto propria che più e più volte egli la significa nelle sue composizioni artistiche. Egli loda l'amore perchè, mercè sua,

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Altersbeschränkung:
0+
Veröffentlichungsdatum auf Litres:
10 Oktober 2024
Umfang:
251 S. 2 Illustrationen
ISBN:
4064066069254
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Bookwire
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