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I Pirati della Malesia

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7. L’Helgoland

All’orizzonte, là dove il cielo si confondeva con l’oceano, era quasi improvvisamente apparso un vascello a tre alberi che, quantunque ancora assai lontano, s’indovinava essere di grandi dimensioni. Dal fumaiolo usciva una striscia di fumo nero che il vento portava assai lontano. La sua mole, la sua struttura, i suoi alberi rivelavano subito che quella nave apparteneva alla categoria dei vascelli da guerra.

– Lo scorgi, Kammamuri? – chiese Sandokan, che fissava il piroscafo con estrema attenzione, come se volesse riconoscere la bandiera che sventolava sul picco della randa.

– Sì – rispose il maharatto.

– Lo conosci?

– Aspettate un poco, padrona

– È l’Helgoland?

– Aspettate… mi pare… sì, sì, è l’Helgoland!

– Non t’inganni?

– No, Tigre, non m’inganno. Ecco la sua prua tagliata ad angolo retto, ecco là i suoi alberi tutti d’un pezzo, ecco i suoi dodici sabordi. Sì, Tigre, sì, è l’Helgoland!

Un lampo sinistro guizzò negli occhi della Tigre della Malesia.

– Là v’è lavoro per tutti! – esclamò il pirata.

Si aggrappò ad una sartia e si lasciò scivolare fino al ponte. I suoi pirati, che avevano brandite le armi, gli corsero attorno interrogandolo con lo sguardo.

– Yanez! – chiamò.

– Eccomi, fratello – rispose il portoghese, accorrendo da poppa.

– Prendi sei uomini, scendi nella stiva e sfonda i fianchi del praho.

– Che? Sfondare i fianchi del praho? Sei matto?

– Ho il mio piano. L’equipaggio del vascello udrà le nostre grida, accorrerà e ci accoglierà come naufraghi. Tu sarai un ambasciatore portoghese in rotta per Sarawak e noi la tua scorta.

– Ebbene?

– Ebbene una volta sul vascello, non sarà difficile per uomini come noi impadronircene. Spicciati: l’Helgoland si avanza.

– Fratello, sei davvero un grand’uomo! – esclamò il portoghese.

Fece armare dieci uomini e discese nella stiva ingombra di armi, di barilotti di polvere, di palle e di vecchi cannoni che servivano quale zavorra. Cinque uomini si misero a babordo e gli altri cinque a tribordo, con le scuri in mano.

– Animo, ragazzi – disse il portoghese. – Picchiate sodo, ma che le falle non siano troppo grandi. Bisogna affondare lentamente per non farsi mangiare dai pesci-cani.

I dieci uomini si misero a picchiare contro i bordi della nave che erano solidi come fossero di ferro. Dieci minuti dopo, due enormi getti d’acqua si precipitavano fischiando nella stiva, dirigendosi verso poppa.

Il portoghese ed i dieci pirati si slanciarono in coperta.

– Affondiamo – disse Yanez. – Saldi in gambe, ragazzi, e nascondete le pistole e i kriss sotto le casacche. Domani ne avremo bisogno.

– Kammamuri – gridò Sandokan, – conduci la tua padrona sul ponte.

– Dovremo saltare in mare, capitano? – chiese il maharatto.

– Non c’è bisogno. Se però sarà necessario, m’incarico io di portare la giovanetta.

Il maharatto si precipitò sotto coperta, afferrò fra le robuste braccia la sua padrona, senza che ella opponesse la minima resistenza, e la portò sul ponte.

Il piroscafo era lontano un buon miglio, ma si avanzava colla velocità di quattordici o quindici nodi all’ora. Fra pochi minuti doveva trovarsi sulle acque del praho.

La Tigre della Malesia si avvicinò ad un cannone e vi diede fuoco.

La detonazione fu portata dal vento fino al vascello, il quale mise subito la prua verso il praho.

– Aiuto! a noi! – urlò la Tigre.

– Aiuto! aiuto!

– Affondiamo!

– A noi! a noi! – gridarono i pirati.

Il praho, inclinato a tribordo, affondava lentamente, traballando come fosse ubriaco. Già nella stiva si udiva l’acqua penetrare con sordo rumore attraverso le due spaccature, e i barili urtarsi e spezzarsi contro i cannoni. L’albero di maestra, scavezzato alla base, barcollò un istante, poi precipitò in mare, trascinando nella caduta la gran vela e tutte le sartie.

– In acqua le artiglierie – comandò Sandokan, che sentiva mancarsi il praho sotto i piedi.

I cannoni furono gettati in mare, poi i barili di polvere, le palle, le ancore, la zavorra che era in coperta, le gomene e gli alberi di ricambio.

Sei uomini, afferrati alcuni mastelli, scesero nella stiva per rallentare l’impeto delle acque che entravano con furia rodendo gli orli delle due spaccature..

Il vascello era giunto allora a trecento metri di distanza e si era arrestato. Sei imbarcazioni montate da marinai si staccarono dai suoi fianchi dirigendosi a tutta velocità verso il praho che affondava.

– Aiuto! aiuto! – gridò Yanez, che si trovava in piedi sulla murata di babordo, circondato da tutti i pirati.

– Coraggio – gridò una voce partita dal battello più vicino.

Le imbarcazioni venivano avanti con furia, fendendo rumorosamente le acque. I timonieri, seduti a poppa, colla barra in mano, incoraggiavano i marinai, i quali arrancavano con furore e con perfetto accordo, senza perdere un colpo di remo.

In brevi istanti il praho si trovò abbordato da due lati. L’ufficiale che comandava la piccola squadra, un buon giovanotto nelle cui vene doveva scorrere sangue indiano, saltò sul ponte di legno che stava per sommergersi.

Vedendo la pazza, si scoprì cortesemente il capo.

– Spicciatevi – disse, – prima la signora, poi gli altri. Avete nulla da salvare?

– Nulla, comandante – disse Yanez. – Abbiamo gettato tutto in mare.

– In barca!

La vergine della pagoda prima, poi Yanez, Sandokan e alcuni malesi e dayachi si precipitarono nell’imbarcazione dell’ufficiale, mentre gli altri si accomodavano alla meglio nelle altre cinque.

La piccola squadra si allontanò in fretta, dirigendosi verso il vascello che avanzava a piccolo vapore.

L’acqua arrivava allora sul ponte del praho, il quale oscillava da prua a poppa scuotendo il malfermo albero di trinchetto.

D’improvviso fu visto piegarsi sul fianco dritto, rovesciarsi, poi scomparire sotto le onde, formando un piccolo vortice che attirò le imbarcazioni per una ventina di metri, nonostante gli sforzi erculei dei marinai.

Una grande ondata si distese al largo, sollevando i rottami e infrangendosi contro i fianchi del vascello, il quale barcollò da babordo a tribordo.

– Povera Perla! – esclamò Yanez che provò una stretta al cuore

– Da dove venivate? – chiese l’ufficiale dell’Helgoland, rimasto fino allora silenzioso.

– Da Varauni – rispose Yanez.

– Si era aperta una falla?

– Sì, a causa di un urto contro la scogliera dell’isola Whale. Chi sono tutti questi uomini di colore che conducete con voi?

– Dayachi e malesi. È una scorta d’onore datami dal Sultano del Borneo.

– Ma allora voi siete…?

– Yanez Gomera y Marhanhao, capitano di S.M. Cattolica il Re del Portogallo, ambasciatore alla Corte del Sultano di Varauni.

L’ufficiale si scoperse il capo.

– Sono tre volte felice di avervi salvato – disse inchinandosi.

– Ed io vi ringrazio, signore – disse Yanez, inchinandosi pure. -

Senza il vostro aiuto, a quest’ora nessuno di noi sarebbe in vita.

Le imbarcazioni erano giunte presso il vascello. La scala fu abbassata e l’ufficiale, Yanez, Ada, Sandokan e tutti gli altri salirono in coperta dove li attendevano ansiosamente il capitano e l’equipaggio.

L’ufficiale presentò Yanez al capitano del vascello, un bell’uomo sulla quarantina con due grossi mustacchi e la pelle abbronzata dal sole equatoriale.

– È una vera fortuna, signore, l’essere arrivato in così buon punto – disse il capitano stringendo vigorosamente la destra che il portoghese gli porgeva.

– Certamente, mio caro capitano. Mia sorella sarebbe morta.

– È vostra sorella, signor ambasciatore? – chiese il capitano, guardando la pazza che non aveva ancor pronunciato parola.

– Sì, capitano, ma l’infelice è pazza.

– Pazza?

– Sì, comandante.

– Così giovane e così bella! – esclamò il capitano guardando con occhio compassionevole la vergine della pagoda. – Forse sarà stanca.

– Lo credo, capitano.

– Sir Strafford, conducete la signora nella migliore cabina di poppa.

– Permettete però che il suo servo la segua – disse Yanez. – Accompagnala, Kammamuri.

Il maharatto prese per mano la giovinetta e seguì l’ufficiale a poppa.

– Anche voi, signore, dovete essere stanco e affamato – disse il capitano, rivolgendosi a Yanez.

– Non dico di no, capitano. Sono due lunghe notti che non si dorme affatto e due giorni che appena si assaggia cibo.

– Dove eravate diretti?

– A Sarawak. A proposito, permettetemi, capitano, di presentarvi S.A.R. Orango Kahaian fratello del sultano di Varauni – disse Yanez presentando Sandokan.

Il capitano strinse con entusiasmo la mano della Tigre della Malesia.

– By God! – esclamò. – Un ambasciatore e un principe sul mio vascello? Ciò è un avvenimento. Non occorre che vi dica, signori, che la mia nave è a vostra disposizione.

Mille grazie, capitano – rispose Yanez. – Siete anche voi in rotta per Sarawak?

Precisamente, e faremo il viaggio insieme. Quale fortuna! Vi recate forse dal rajah James Brooke?

– Sì, capitano, devo firmare un trattato importantissimo.

– Lo conoscete il rajah?

– No, capitano.

– Vi presenterò io, signor ambasciatore. Sir Strafford, conducete questi signori nel quadro di poppa e fate servire loro il pranzo.

– E i nostri marinai, dove li alloggerete, capitano? – chiese Yanez.

– Nel frapponte, se non vi spiace.

– Grazie, capitano.

Yanez e Sandokan seguirono l’ufficiale che li condusse in una vasta cabina fornita di lettucci e ammobiliata con molta eleganza.

Le due finestre, riparate da grossi vetri e da cortine di seta, davano sulla poppa della nave e permettevano alla luce e all’aria di entrare liberamente.

 

– Sir Strafford – disse Yanez, – chi abbiamo vicino alla nostra cabina?

– Il capitano alla vostra destra, e vostra sorella a sinistra.

– Benissimo. Scambieremo qualche parola attraverso le pareti.

L’ufficiale si ritirò, avvertendoli che sarebbe stato subito servito il pranzo.

– Ebbene, fratellino mio, come va? – chiese Yanez quando furono soli. -

Va tutto a gonfie vele – rispose Sandokan: – quei poveri diavoli ci credono davvero due galantuomini.

– Che cosa ne dici del vascello?

– È un legno di prima classe che farà ottima figura a Sarawak.

– Hai contato gli uomini di bordo?

– Sì, sono una quarantina.

– Accidenti! – esclamò il portoghese facendo una brutta smorfia.– Hai paura di quaranta uomini?

– Non dico di no.

– Siamo in buon numero e tutti scelti, Yanez.

– Ma hanno dei buoni cannoni, gli Inglesi.

– Ho incaricato Hirundo di venirmi a dire di quali mezzi dispone il vascello. Il ragazzo è furbo e ci dirà tutto.

– Quando faremo il colpo?

– Questa notte. Domani, a mezzogiorno, saremo alla foce del fiume.

– Zitto, ecco lo steward.

Il garzone portava, aiutato da due mozzi, un lauto pranzo: due sanguinolenti beefsteaks, un colossale pudding, scelte bottiglie di vino francese e di gin. I due pirati, che avevano appetito, si sedettero a tavola, assaltando bravamente il pranzo.

Stavano intaccando il pudding, quando al di fuori si udì un passo silenzioso e un leggero sibilo.

– Entra, Hirundo – disse Sandokan.

Un bel giovanotto, color del bronzo, ben piantato, con lo sguardo vivo entrò chiudendo dietro di sé la porta.

– Siedi e narra, Hirundo – disse Yanez. – Dove sono i nostri?

– Nel frapponte – rispose il giovane dayaco.

– Che cosa fanno?

– Accarezzano le armi.

– Quanti cannoni vi sono nella batteria? – chiese Sandokan.

– Dodici, Tigre.

– Questi inglesi sono ben armati. James Brooke avrà un osso duro da rosicchiare, se gli salterà il ticchio di abbordarci. Con una sola bordata manderemo a picco il suo famoso Realista.

– Lo credo, Tigre.

– Odimi, Hirundo, e cacciati in testa le mie parole.

– Sono tutto orecchi.

– Che nessuno dei nostri si muova, per ora. Quando la luna tramonterà, rovesciate i cannoni della batteria e salite in massa sul ponte gridando: al fuoco! al fuoco! I marinai, gli ufficiali e il capitano saliranno in coperta e noi daremo loro addosso, se non si arrenderanno. Mi hai capito?

– Perfettamente, Tigre della Malesia. Avete altro da dirmi?

– Sì, Hirundo. Quando uscirai di qui, entrerai nella cabina della vergine della pagoda, che è attigua a questa, e dirai a Kammamuri di barricare solidamente la porta e di non uscire finché durerà il combattimento.

– Ho capito, Tigre della Malesia.

– Vattene e obbedisci.

Hirundo uscì ed entrò nella cabina della vergine della pagoda sacra.

– Li ammazzeremo tutti?

– No, Yanez, li costringeremo ad arrendersi. Mi spiacerebbe uccidere questi uomini che ci hanno accolto con tanta gentilezza.

I due pirati terminarono tranquillamente il pasto vuotando parecchie bottiglie, sorseggiarono il thè recato dallo steward e si sdraiarono nei loro lettucci, aspettando pazientemente il segnale per precipitarsi in coperta.

Verso le otto il sole sparve sotto l’orizzonte e le tenebre si stesero a poco a poco, sull’ampia superficie d’acqua che diventava rapidamente oscura.

Sandokan diede uno sguardo fuori dal finestrino.

A babordo, a grande distanza, gli sembrò di vedere una massa nerastra ergersi verso le nubi: a poppa, pure assai lontana, una vela biancastra che radeva l’orizzonte.

– Siamo in vista del monte Matang – mormorò. – Domani saremo a Sarawak.

Tese gli orecchi, avvicinandosi alla porta della cabina.

Udì due persone scendere la scaletta, un bisbiglio, poi due porte aprirsi e chiudersi; una a destra e l’altra a sinistra.

– Bene – tornò a mormorare. – Il capitano e il luogotenente sono entrati nelle loro cabine. Tutto va a meraviglia.

Accese il suo scibouk che aveva avuto il tempo di salvare dal naufragio insieme alle pistole, alla sua scimitarra e al suo kriss d’inestimabile prezzo, e si mise a fumare colla maggiore tranquillità.

Poco dopo udì suonare nella cabina del capitano le nove, poi le dieci, indi le undici. Sussultò come se fosse stato colpito da una pila elettrica. Balzò dal letto.

– Yanez – esclamò.

– Fratello – rispose il portoghese.

La Tigre della Malesia fece due passi verso l’uscio colla mano destra sull’impugnatura della scimitarra. Un grido terribile rimbombò nel ventre del vascello perdendosi sul mare.

– Al fuoco! al fuoco!

– Saliamo! – esclamò Sandokan.

I due pirati, aperta la porta, si slanciarono sul ponte come tigri.

8. La Baia di Sarawak

Al grido terribile di: al fuoco! al fuoco! l’ingegnere aveva fatto immediatamente arrestare il vascello, il quale non avanzava più che sotto l’impulso delle ultime battute dell’elica.

Una confusione indescrivibile, all’apparire dei due pirati, regnava sul ponte. Dal castello di prua, seminudi o in camicia, uscivano alla rinfusa i marinai, ancora mezzo assonnati, in preda ad un indicibile sgomento, urtandosi gli uni con gli altri, sospingendosi, cadendo e risollevandosi. Gli uomini di guardia, non meno atterriti, credendo che il fuoco avesse già preso allarmanti proporzioni, s’affannavano a raccogliere le secchie sparse sul ponte. Dai boccaporti, invece, come marea montante, salivano in furia i tigrotti di Mompracem, col kriss fra i denti e le pistole in pugno, pronti alla battaglia. Comandi, grida, imprecazioni, esclamazioni, domande, s’incrociavano per ogni dove, dominando i muggiti della macchina e gli ordini dell’ufficiale di quarto.

– Dov’è il fuoco? – chiedeva uno.

– Nella batteria, – rispondeva un altro.

– Alla Santa Barbara! Alla Santa Barbara!

– Formate la catena.

– Tuoni! Alle pompe!

– Capitano! Dov’è il capitano?

– Ai vostri posti! – tuonava l’ufficiale. – Animo, ragazzi, alle pompe! Ai vostri posti!

D’un tratto una voce, squillante come una tromba, risuona in mezzo al ponte del vascello immobile.

– A me, tigrotti!

La Tigre della Malesia si slancia fra i suoi uomini. Nella mano destra stringe come una morsa la scimitarra che scintilla al vago chiarore dei fanali di prua.

Un urlo feroce rimbomba:

– Viva la Tigre della Malesia!

I marinai del vascello, sorpresi, spaventati nel vedere tutti quegli uomini armati pronti a gettarsi contro di loro, si precipitano confusamente a prua ed a poppa afferrando le scuri, le aspe, le manovelle, i boscelli, le gomene.

– Tradimento! tradimento! – si urla da ogni parte.

I pirati, col kriss in mano, si preparano a sfondare le due muraglie umane. La Tigre della Malesia con un fischio arresta lo slancio.

Il capitano era apparso sul ponte e si dirigeva coraggiosamente verso di loro, col revolver nella destra.

– Che cosa succede? – chiese egli, con voce imperiosa.

Sandokan uscì dal gruppo movendo verso di lui.

– Lo vedete bene, capitano – disse egli. – I miei uomini assaltano i vostri.

– Chi siete voi?

– La Tigre della Malesia, mio capitano.

– Come!… Un altro nome dunque?… Dov’è l’ambasciatore?…

– Là in mezzo, con la pistola in pugno, pronto a sparare su di voi, se non vi affrettate ad arrendervi.

– Miserabile!…

– Calma, capitano. Non si insulta impunemente il capo dei pirati di Mompracem.

Il capitano fece tre passi indietro.

– Pirati!… – esclamò. – Voi, pirati!…

– E dei più formidabili.

– Indietro! – tuonò egli alzando il revolver. – Indietro o vi ammazzo!

– Capitano – riprese Sandokan facendosi innanzi; – noi siamo ottanta, tutti armati e decisi a tutto, e voi non avete che quaranta uomini quasi inermi. Io non vi odio e non voglio sacrificarvi inutilmente; arrendetevi dunque, e vi giuro che non vi sarà torto un capello.

– Ma infine che cosa volete?

– Il vostro vascello.

– Per corseggiare poi il mare?

– No, per compiere una buona azione. capitano; per riparare un’ingiustizia degli uomini.

– E se io rifiutassi?

– Lancerei i miei tigrotti contro di voi.

– Ma voi volete derubarmi!

Sandokan si slacciò una cintura ben gonfia che portava sotto la casacca e, mostrandola al capitano:

– Qui vi è un milione in diamanti – disse: – prendete!

Il capitano lo guardò trasognato.

– Non comprendo – disse. – Avete degli uomini coi quali potreste impadronirvi del vascello senza troppi sacrifici e invece mi regalate un milione! Che uomo siete voi?

– Sono la Tigre della Malesia – rispose Sandokan. – Orsù, arrendetevi o sarò costretto a scatenare contro di voi questi tigrotti che mi circondano.

– Ma che cosa farete dei miei uomini?

– V’imbarcheremo tutti nelle scialuppe e vi lasceremo liberi.

– E dove andremo?

– La costa del Borneo non è molto lontana. Spicciatevi, decidete.

Il capitano esitava. Forse temeva che, deposte le armi, i pirati si scagliassero contro i suoi uomini per massacrarli.

Yanez indovinò subito ciò che passava nella mente di lui e, facendosi innanzi:

– Capitano – disse, – avete torto di dubitare della parola della Tigre della Malesia, poiché mai egli mancò alle promesse fatte.

– Avete ragione – disse il comandante. – Olà, marinai, deponete le armi; ogni resistenza è inutile.

I marinai, che se la vedevano molto brutta, non esitarono un solo istante e gettarono sul ponte coltelli, scuri, manovelle e aspe.

– Bravi ragazzi – disse Sandokan.

Ad un suo cenno, le due baleniere e tre scialuppe furono calate in mare, dopo averle ben provviste di viveri.

I marinai, inermi, sfilarono in mezzo ai pirati prendendo posto nelle imbarcazioni. Ultimo rimase il capitano.

– Signore – diss’egli, arrestandosi dinanzi alla Tigre della Malesia, – non abbiamo né un’arma per difenderci, né una bussola per dirigerci. Sandokan staccò da una catenella che gli pendeva sul petto una bussola d’oro e, porgendola all’ufficiale:

– Questa è per dirigervi – rispose.

Si levò dalla cintura le due pistole e dal dito un magnifico anello, ornato di un diamante grosso come una nocciola, e porse i tre oggetti al capitano.

– Queste armi per difendervi, questo anello per ricordo, e la borsa piena di diamanti per pagarvi il vascello che vi ho preso – disse Sandokan.

– Siete l’uomo più strano che abbia incontrato in vita mia – osservò il capitano, ricevendo i tre oggetti. – E non pensate che io potrei scaricarvi addosso queste armi?

– Non lo farete.

– Perché?

– Perché siete un leale gentiluomo. Andate!

Il capitano fece un leggero saluto con la mano e discese nell’imbarcazione, la quale prese subito il largo, seguita da tutte le altre, dirigendosi verso l’ovest.

Venti minuti dopo l’Helgoland lasciava quei paraggi navigando lestamente verso la costa di Sarawak che era lontana tutt’al più un centinaio di miglia.

– Andiamo ora a trovare Kammamuri e la sua padrona – disse Sandokan, dopo aver dato la rotta. – Speriamo che non sia accaduto nulla alla povera Ada.

Scese la scaletta di poppa assieme con Yanez e bussò alla cabina del maharatto.

– Chi è? – domandò Kammamuri.

– Sandokan.

– Abbiamo vinto, capitano?

– Sì, amico mio.

– Evviva la Tigre della Malesia! – urlò il bravo maharatto. Tolse i mobili che aveva accumulato dietro la porta ed aprì. Yanez e Sandokan entrarono.

Il maharatto era armato fino ai denti. Aveva ancora in mano la scimitarra e la sua cintura era zeppa di pistole e di pugnali. Sdraiata su di una poltroncina stava la pazza, occupata a strappare, con mano nervosa, i petali ad una rosa di Cina, tolta poco prima da un vaso di fiori.

Vedendo entrare Sandokan e Yanez si alzò di scatto, fissando su di loro uno sguardo che rivelava un profondo terrore.

– I thugs!… I thugs!… – esclamò.

– Sono i nostri amici, padrona – disse il maharatto.

Ella guardò Kammamuri per qualche istante, poi ricadde sulla poltroncina tornando a strappare il fiore che teneva in mano.

– Le urla dei combattenti hanno prodotto qualche impressione sulla disgraziata? – chiese Sandokan al maharatto.

– Sì – rispose egli. – Si è alzata tutta tremante gridando: I thugs! i thugs! Ma poi, a poco a poco, si è calmata.

– Null’altro?

– Null’altro, capitano.

– Veglia attentamente su di lei, Kammamuri.

– Non lascerò il suo fianco.

 

Yanez e Sandokan risalirono in coperta. Proprio in quel medesimo istante gli uomini di guardia segnalavano, verso sud, un punto rossastro che correva con rapidità.

Yanez e Sandokan si slanciarono a prua guardando attentamente in quella direzione.

– Dev’essere il fanale di una nave – disse il portoghese.

– Lo è certamente. Ciò mi inquieta assai – rispose Sandokan.

– Perché, fratello mio?

– Quella nave può incontrare le scialuppe. – Corpo di una spingarda! Non ci mancherebbe che questa!…

– Non spaventarti, Yanez. L’Helgoland ha dei buoni cannoni. Ma… toh, quella nave è a vapore. Non vedi, Yanez, quella striscia rossastra che si alza verso il cielo?

– Per Giove! Hai ragione!

– Ai cannoni, ragazzi! Ai cannoni! – tuonò la Tigre della Malesia.

– Che fai? – chiese Yanez, afferrandolo per un braccio.

– È la cannoniera, Yanez.

– Quale cannoniera?

– Quella che ci seguiva. La manderemo a picco.

– Sei matto!

– Ma non la vedi tu?

– Sì che la vedo, ma se tu le spari addosso, a Sarawak ci cannoneggeranno. Se non andrà a picco alla prima bordata, correrà da quel dannato di Brooke a denunciarci.

– Per Allah! – esclamò Sandokan, colpito da quel ragionamento.

– Stiamo calmi, fratello – disse Yanez.

– E se incontra le scialuppe?

– Non è cosa facile, Sandokan. La notte è oscura, le scialuppe filano verso ovest e la cannoniera, se non erro, ha la prua al nord. Un incontro, in simili circostanze, non è facile. Ho forse torto?

– No, ma vedere quella dannata cannoniera…

– Calma, fratello. Lasciamola filare al nord.

La cannoniera che con tanta ostinazione, ma probabilmente senza saperlo, seguiva i pirati di Mompracem, era allora vicinissima. A babordo e a tribordo brillavano i due fanali verde e rosso e sulla cima del trinchetto il bianco. A poppa si scorgeva il timoniere ritto accanto alla ruota.

Passò accanto all’Helgoland descrivendo una specie di semicerchio e sparve verso il nord, lasciandosi dietro una scia fosforescente.

Non erano trascorsi dieci minuti che si udì al largo una voce gridare:

– Olà, della cannoniera!

Sandokan e Yanez, nell’udire quella chiamata, si slanciarono sul cassero guardando attentamente verso il nord.

– Le scialuppe, forse? – si chiese Sandokan, inquieto.

– Non vedo che la cannoniera là in fondo – osservò Yanez.

– Eppure quella chiamata veniva dal largo

– Che abbiamo udito male?

– Ne dubito Yanez

– Cosa facciamo?

– Ci terremo pronti e avanzeremo con precauzione.

Sandokan rimase sul ponte qualche ora, sperando di raccogliere un altro grido, ma non udì altro che il rumore dei flutti che si infrangevano contro i fianchi del vascello e i gemiti del vento attraverso l’attrezzatura.

A mezzanotte, tranquillo ma pensieroso, scendeva nella cabina del capitano dove Yanez l’aveva preceduto, stendendosi sul lettuccio. Tutta la notte l’Helgoland filò, avanzando nella baia di Sarawak che andava a poco a poco restringendosi. Dagli uomini di guardia nulla era stato avvertito di straordinario; soltanto verso le due del mattino, a cinquecento metri a tribordo, era stata vista un’ombra nera passare con grandissima rapidità e sparire poco dopo. Tutti l’avevano scambiata per un praho navigante senza fanali.

All’alba, quaranta miglia separavano il vascello dalla foce del Sarawak in riva al quale, a poche ore di marcia, sorge la cittadina omonima.

Il mare era tranquillo e il vento abbastanza buono. Qua e là si scorgevano alcuni prahos e alcuni giong, con le loro immense vele, e all’ovest, un po’ confusamente, il monte Matang, gigantesco picco che alzasi nell’aria sino a 2790 piedi e sui cui fianchi arrampicasi verdeggianti boscaglie.

Sandokan, che non si sentiva tranquillo in quel mare battuto dai legni di James Brooke, lo sterminatore dei pirati malesi, fece spiegare sul corno la bandiera inglese, la grande striscia rossa sulla sommità della maestra, fece caricare i cannoni, ammonticchiare bombe nella batteria, aprire la Santa Barbara e armare i suoi uomini.

Alle 11 del mattino, a sette miglia, appariva la costa, molto bassa, coperta di foreste lussureggianti e riparata da larghe scogliere. A mezzogiorno l’Helgoland girava la penisola che si biforca, e si spingeva per buon tratto nella baia: poco dopo gettava l’ancora alla foce del fiume, al di là della punta Montabas.